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Caso Federciclismo: Un'incredibile faccia di bronzo - Surreale intervista televisiva del presidente Di Rocco

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Renato Di Rocco © BettiniphotoOttobre tempo di bilanci e quindi di rese dei conti, ma per il ciclismo italiano non c'è mai nulla che vada realmente male, non c'è alcuna responsabilità ascrivibile ai suoi vertici, nessun futuro nero; solo tanto tanto zucchero, che come al solito il presidente della FCI Renato Di Rocco sparge a piene mani su se stesso, edulcorando come solo lui sa fare la visione delle cose. Stavolta il numero uno della Federciclismo ha regalato momenti commoventi in un'intervista molto amichevole rilasciata al programma Professione Calcio Tv, in onda sul canale 820 di Sky ieri sera.

Nella mezz'ora di trasmissione, Di Rocco si è esibito in diversi strepitosi numeri di contorsionismo dialettico e ideologico, e noi da bravi remigini abbiamo accuratamente preso appunti per poi rendere note a tutti i nostri lettori queste memorabili perle (nel video qui sotto c'è l'inizio dell'intervista).

Si parte dalla nazionale di Bettini, con Di Rocco che assolve l'Italia di Valkenburg, dicendo che gli è piaciuta e che ottenere un buon risultato era una variabile poco presa in esame, «volendo essere realisti». E fin qui, come dargli torto? Però già al secondo concetto, laddove si parla di ciclismo femminile, emergono clamorose distorsioni logiche.

Il ciclismo femminile e il confronto internazionale
«Un problema - dice Di Rocco - è che le ragazze sono poco abituate a confrontarsi con le avversarie di livello internazionale», qui chiaramente il nostro relatore, troppo bene abituato (4 Mondiali vinti dalle azzurre in 5 anni), storce il naso per due bronzi (quello di Elisa Longo Borghini tra le élite e quello di Anna Stricker nelle juniores), che sono poi le uniche medaglie raccolte dalla spedizione italiana in Olanda. Dimentica di dire, Di Rocco, che però la sua Federazione non ha fatto praticamente niente per migliorare il livello dell'attività ciclistica femminile. Malgrado i titoli iridati, non si è investito sulla promozione del ciclodonne, né tantomeno si sono prese misure per rendere quantomeno più professionalizzata (se non proprio professionistica) questa disciplina. Poi però sono le nostre ragazze, che spesso corrono gratis o per due lire, e che devono altrettanto spesso far coesistere la bicicletta coi libri di studio (tanto che c'è una forte dispersione al passaggio tra categoria juniores e categoria élite), sono loro ad essere poco abituate al confronto internazionale.

Ciclismo italiano fatto di coccole, i nostri ragazzi all'estero una svolta culturale
Di Rocco si rende conto che il fatto che abbiamo solo due squadre nel World Tour è un chiaro arretramento rispetto alla situazione che avevamo qualche anno fa, ma sa trovare il lato positivo anche in questo stato di cose: «È una buona cosa che quasi 25 italiani corrano in squadre estere; ciò porta ad abbreviare i tempi di maturazione, tenendo questi ragazzi lontani dal ciclismo italiano, che è ciclismo di grandi coccole, con atleti portati da squadre e tecnici a vincere la corsa di provincia, di paese. È una svolta di cultura che sta caratterizzando la nostra attività».

Capito, sciocchini? Vi preoccupavate per il fatto che le squadre chiudessero (abbiamo appena perso un paio di Professional, con l'Acqua&Sapone che molla e la Utensilnord che va incontro a un ridimensionamento) e le corse boccheggiassero? Nema problema, si tratta di entità troppo provinciali, troppo coccolose per reggere il confronto col ciclismo internazionale. Chiudano pure, che ce frega, quel che importa è la svolta culturale, e se un domani potremo garantire al nostro movimento appena 30-40 posti da ciclista professionista (10 volte meno che 20 anni fa), sarà fantastico fare delle comode, eleganti, intriganti spallucce.

Nessun diktat per Bettini, solo una nazionale giovane ed eticamente modificata
Dopo uno spericolato accenno alla vicenda Macchi (atleta a cui è stato impedito di partecipare alle Paralimpiadi, ma che poi è stato totalmente assolto dal Tribunale Nazionale Antidoping; evidentemente l'intervista è stata registrata prima di tale assoluzione), Di Rocco è entrato nel cuore della questione riguardante i corridori esclusi dalla nazionale per essere stati squalificati (per più di 6 mesi) in passato, o perché al centro di indagini (che però, come accaduto con Macchi, potrebbero anche portare ad assoluzioni).

E ci è entrato a modo suo, ovvero bluffando bellamente. Riprendendo un concetto già espresso ai microfoni di RaiSport dopo il Giro dell'Emilia, Di Rocco nega spudoratamente che ci sia stato alcun diktat: «Chi ha scritto che Bettini è un passacarte (chissà a chi si riferisce...) evidentemente non conosce Paolo, che non avrebbe mai accettato un'imposizione del genere, imposizione che non è stata fatta visto che non c'è neanche una delibera federale che dica una cosa simile».

Ci sembra di sognare: chi ha dichiarato, poco più di un mese fa, «se per le Olimpiadi il CONI aveva chiesto alle federazioni di togliere dalle liste chi avesse procedimenti in corso, noi siamo arrivati ancora una volta prima di altri. Chi ha indagini in piedi, noi non lo convochiamo»? Ma come si può negare a tal punto l'evidenza?

Il ct Bettini, d'altro canto, ci ha tenuto a far sapere al mondo di averla subita, questa scelta di Di Rocco: «Sia chiaro che è una scelta della Federazione e non mia», aveva detto ai microfoni di Eurosport durante la Vuelta.

Per il presidente della FCI tutto ciò non esiste più, ma semmai c'è stata solo la volontà di «ringiovanire le squadre e dare più peso al fattore etico», e via grandi ghirigori sul progetto di Bettini che parte da lontano e punta ai giovani; ma poi, ancora, «a Paolo ho detto di seguire le sue valutazioni di tipo tecnico, mentre io ho fatto le valutazioni a livello etico», quindi ecco la conferma (ma non ce n'era bisogno) sul fatto che l'Italia del ciclismo ha due ct, uno propriamente detto e uno facente funzioni...

Spietato poi fino all'eccesso con i corridori: «Alla fine ci poteva essere solo Ballan che aveva fatto vedere qualcosa alla Vuelta. Ma la nazionale gli ha dato tanto», come dire, caro Ballan sei a posto per sempre (bisognerebbe chiedere a Bettini quanto gli sarebbe piaciuto avere uno come Alessandro all'ultimo giro dei Mondiali); se a Cunego viene imputato, dal presidente, di non essersi fatto vedere in Spagna (ma quali stimoli aveva Damiano, sapendo che sarebbe comunque stato escluso dalla Nazionale?), alcuni dei più rappresentativi ciclisti italiani degli ultimi anni vengono trattati in maniera sprezzante: «Petacchi ha avuto la sua chance a Madrid, Cunego a Mendrisio, Pozzato a Geelong, e non l'hanno saputa sfruttare; se uno spreca l'occasione vuol dire che non è salito sul treno giusto, lo sport professionistico guarda avanti».

Anche Di Rocco non ha saputo sfruttare, in questo e in molti altri casi, l'occasione per tacere, per tenere un basso profilo; ma lui il treno giusto sa sempre come prenderlo, infatti sta già lavorando al riciclo di se stesso, come vedremo più avanti.

Il caso Armstrong e la riscoperta del garantismo
Altre chicche di stordente bellezza Di Rocco ce le regala parlando della vicenda Armstrong. E in questo caso il presidente fustigatore, quello severissimo con chi ha sbagliato, quello che cerca la pulizia prima degli altri, riscropre di colpo il garantismo: «Quella dell'USADA è una sentenza precoce, che non sta in piedi; visto che gli elementi del procedimento non sono noti, Armstrong non si è nemmeno potuto difendere. L'UCI aspetta ancora di avere gli atti del procedimento, e la cosa lascia molte ombre e dubbi, ci spiace che ci sia stato un pronunciamento tanto eclatante quando ancora la settimana scorsa alcuni uomini dell'USADA erano a Padova ad acquisire altri elementi per la loro inchiesta: evidentemente non li hanno tutti, evidentemente non c'è stata garanzia di procedimento regolare almeno in primo grado. Aspettiamo, ma trovo un po' esagerata l'esposizione della lotta personale tra il direttore USADA e Armstrong. Non dimentichiamo che più di 400 esami su urine e sangue sono risultati negativi per Armstrong, questa è una prova che sicuramente c'è. Se dall'altra parte ci sono prove di segno opposto, l'UCI le valuterà».

E qui si rimane letteralmente sconvolti di fronte a una simile giravolta acrobatica. Non si riesce a credere che una simile quantità di bronzo possa essere prodotta da faccia umana, ma evidentemente siamo in presenza di doti sovrannaturali.

Di Rocco in questo caso parla nelle vesti di vicepresidente UCI, e dopo aver vantato una totale comunanza di visione e di filosofia col presidente McQuaid, si arroga il diritto di dire che il lavoro dell'USADA non sta in piedi, a causa di questioni procedurali che peraltro vede soltanto lui. Intanto l'intero incartamento dell'agenzia antidoping statunitense (l'USADA, appunto) è stato reso noto proprio oggi, ma è buffo che a Renatone non vada giù una vicenda basata su fatti molto più concreti di quelli che a lui sono bastati per far fuori un Pozzato dalla Nazionale. La lotta personale tra il direttore USADA e Armstrong non va bene, invece qualche tempo fa quella di Torri (procuratore antidoping del CONI) contro Valverde andava benissimo. Fa ridere poi l'appellarsi agli esami negativi, visto che l'accusa verte anche sulle coperture garantite dall'UCI al texano (e quindi positività mascherate e cosette del genere), fatto che spiega peraltro come mai l'Unione Ciclistica Internazionale sia stata tenuta diligentemente fuori dalle indagini (c'era il fondato timore che le insabbiasse...).

No, Di Rocco vicepresidente UCI si guarda bene dal mettere in discussione l'ente di cui è il numero 2, ma si appella alle negatività all'antidoping, come se diverse carriere non fossero state già stroncate, dimezzate, interrotte pur in assenza di test positivi (Pellizotti, Basso, Valverde, Rasmussen, Ballan per citare i primi 5 nomi che vengono in mente da una lunghissima lista). E lui, tra i mandanti di queste "operazioni di pulizia", ora dice che però «400 esami su urine e sangue sono risultati negativi per Armstrong». Coerenza, questa sconosciuta!

Un futuro da presidente CIP?
Nel delirio autocelebrativo che conclude l'intervista (dopo ampi passaggi sul bronzo olimpico di Fontana nella MTB, ma senza alcun accenno al disastro della pista...) Di Rocco guarda avanti, ben saldo sulla tolda a mostrare i muscoli del capitano. Sa bene, Renato, che la sua parentesi alla FCI potrebbe chiudersi presto (il malcontento serpeggia con sempre più evidenza), e allora prende in esame l'ipotesi di diventare presidente della UEC (Unione Ciclistica Europea), o del CONI («Mi fa piacere si parli di me anche per il CONI, ma è un premio al lavoro di tutto lo staff FCI», quello staff - a partire dal Consiglio Federale - che Di Rocco tratta alla stregua di uno scendiletto).

Ma il sogno di una vita è un altro: «Mi piacerebbe il CIP», ovvero il Comitato Italiano Paralimpico, con cui c'è già una collaborazione «con l'amico Pancalli» (l'attuale presidente). Insomma, una poltrona più defilata ma politicamente forse più importante di quella della FCI, in una posizione da cui poter continuare a tenere d'occhio tante cosette... Ma soprattutto l'occasione per dimostrare che «anche una persona normale si può candidare a guidare il CIP», con tanti saluti, quindi, all'anormalità di Pancalli e dei suoi tesserati: non c'è che dire, un'espressione greve e superficiale che rappresenta il miglior biglietto da visita sulle qualità umane di chi sogna di dirigere lo sport paralimpico italiano...

Marco Grassi

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