Doping & potere: Goodbye MalinCONIa - Petrucci, Di Rocco e un ridicolo teatrino sulla pelle del ciclismo
Versione stampabileEra una bella serata d'aprile, ce ne stavamo spensierati a goderci l'aria via via più calda della primavera, quando improvvisamente trasecolammo.
La Giunta del CONI in Roma era giunta (per l'appunto), per bocca (di rosa) del suo inamovibile Presidentissimo Petrucci, a una sconcertante conclusione: [riportiamo dall'articolo dell'amico Capodacqua (amico di Petrucci, s'intende) sul sito di Repubblica] «Il ciclismo deve dire basta. I corridori positivi sono una parte della storia del ciclismo: basta. Ho parlato lealmente con il presidente federale, Renato Di Rocco, e abbiamo fatto un'analisi relativa agli ultimi anni. Ogni volta ci illudiamo per una vittoria e poi ci disilludiamo. Passiamo dall'entusiasmo alla depressione, non possiamo andare avanti così. Ho chiesto alla federazione un atto forte e dirompente, chiedo che il ciclismo dica "Siamo preoccupati". Le procure della Repubblica stanno indagando sul ciclismo, sono fortemente preoccupato e chiedo quindi atti concreti ad uno sport che non ha più credibilità. Il 90-95% dei casi di doping arrivano dal ciclismo, non si possono più sentire difese di categoria. Non si può tacere il fatto che ci sia stata tolta la medaglia olimpica di un corridore. Il CONI può compiere un'azione di sollecito, ma è il ciclismo che deve muoversi. Tra poco parte il Giro d'Italia dei 150 anni, vogliamo che cominci con tutte le garanzie necessarie. Io ad oggi non vedo un cambiamento: non è sufficiente dire che il ciclismo è seguito e amato. Ogni volta veniamo disillusi, basta».
Insomma, Petrucci dice basta. Basta col doping nel ciclismo, anzi, basta col doping DEL ciclismo! E che diamine - dice il buon uomo - il 90-95% dei casi di doping arrivano dal ciclismo, non se ne può più. In una parola: basta!
Fingiamo di non dover ricordare al Presidentissimo che intanto la percentuale di 90-95% è una boutade che si qualifica da sé. E poi che è perfino ovvio che ci siano più positività laddove ci sono più controlli. Ha ragione Petrucci, basta. Basta con questi discorsi, li facciamo da anni e ormai annoiano pure noi. Basta.
Potremmo però invocare qualche altro "basta" al nostro beneamato Presidentissimo Illustre dello Sport Tutto, nonché Oracolo della Lotta Antidoping (per dirlo con una sigla barksiana, il P.I.S.T.O.L.A.). Per esempio potremmo convincerci che "basta" ricevere diktat sul tema della credibilità in campo di doping da un ente come il CONI, il cui presidente ha un lungo curriculum che forse è bene ricordare, almeno per alcuni passaggi illuminanti.
Anzi no, non vogliamo tediarvi con la solita storia del CONI (Petrucci vicepresidente) che finanziava Conconi per dopare gli atleti olimpici, non vogliamo ripetere fino alla nausea della Commissione Scientifica sciolta dal Presidentissimo non appena la medesima Commissione aveva segnalato - en passant - valori fuori norma dell'ormone della crescita in 61 atleti - di cui 5 tornati a casa con l'oro al collo - facenti parte la spedizione azzurra ai Giochi di Sydney (2000).
Né vogliamo ricordare che, visti tali precedenti, il Presidentissimo sarebbe ancora debitore di un upgrade di credibilità dell'ente da lui presieduto: non lo vogliamo ricordare perché questo upgrade passerebbe dalle sue dimissioni (in ritardo di 10 anni), e noi non vorremmo mai che si dimettesse. Così come non vorremmo che si dimettesse - ci siamo affezionati! - dalla già citata Giunta, quella Manuela Di Centa voluta nelle stanze dei bottoni proprio da Petrucci, il quale fece spallucce di fronte al fatto assodato che la ex fondista, oltre ad essere stata eroina di Lillehammer (Olimpiadi invernali del '94), era anche una musa del dottor Donati, che ad essa si ispirò molto stilando i suoi famosi dossier sull'emodoping (autoemotrasfusioni e poi EPO, in pratica). Non gliene importò nulla, al Petrucci, della credibilità.
Così come non deve importargli nulla della credibilità dell'Italia in seno al CIO, organismo in cui siamo rappresentati da 5 persone, tre delle quali in passato coinvolte in vari scandali: Franco Carraro (che perse la Federcalcio dopo Moggiopoli. Petrucci invece non perse niente, forse non si occupava di calcio); Mario Pescante (che in seguito allo scandalo del laboratorio antidoping dell'Acqua Acetosa, in cui NON si testavano i campioni di urine dei calciatori, perse il CONI. Petrucci invece lo ereditò, forse non si occupava di acque acetose); e Manuela Di Centa (dove abbiamo già letto questo nome? Petrucci invece se lo ricorda bene, lo lesse nel già citato dossier del dottor Donati, e ciò forse lo convinse di aver trovato una vicepresidentessa ideale per il suo CONI). Non risultano richieste di atti forti e dirompenti presso questi personaggi.
Anzi, al contrario, nessuno del CONI ha ricordato lo scandalo dell'Acqua Acetosa al Governo, che non più tardi di 2 mesi fa ha investito proprio Pescante della presidenza del comitato promotore delle Olimpiadi di Roma 2020. Petrucci si era forse distratto un attimo, nel corso della sua indefessa battaglia per la credibilità dello sport italiano. In fondo lo amiamo anche per questo, il Presidentissimo: per la vaghezza della sua essenza e la leggiadria della sua incoerenza.
Ma veniamo al nostro ancor più amato Renato Di Rocco. Ineffabile, nella sua ineffabilità. Imperturbabile, nella sua imperturbabilità. Riprendiamo ancora da Capodacqua: «Condividiamo la preoccupazione del CONI, evidentemente quello che abbiamo fatto non è bastato. La situazione è drammatica e chiedo al CONI di starci vicino, anche a livello di comunicazione». E sì, dev'esserci un problema di comunicazione, forse tra il Presidente (da non confondere col Presidentissimo di cui sopra) della Federciclismo e il suo sosia che nemmeno 6 mesi fa ci diceva, in un'intervista, che «la situazione è molto cambiata da 10 o 5 anni a questa parte», in meglio, beninteso. Ecco, il problema di comunicazione è che Di Rocco dovrebbe coordinarsi meglio col sosia, dovrebbe concordare bene le versioni, perché le cose che ha ammesso ieri in Giunta sono antitetiche a quello fin qui sostenuto: la situazione è drammatica, ragazzi, altro che molto cambiata!
Ma l'Ineffabile non si ferma qui: «Il ciclismo deve cambiare la propria cultura. Servono tecnici, preparatori e medici di livello: basta con questi ex corridori che a fine carriera passano in ammiraglia. Per cambiare cultura, però, servono anni. E noi non possiamo intervenire sui genitori che spingono i giovanissimi a tutti i costi verso il risultato». Ecco il cuore del problema: i genitori cicloinvorniti e soprattutto questi ex corridoracci che a fine carriera passano in ammiraglia. Possibilmente, dopo aver compilato la schedina dei corsi da direttori sportivi organizzati dalla FCI: non importa che segni si mettano, 1 X o 2 non fanno differenza, tanto a quel concorsino si vince sempre, e all'ammiraglia ci si accede con tutti i buoni uffici della Federazione. Comunque ci rallegriamo che Di Rocco abbia preso coscienza del problema, evidentemente gli ci voleva proprio una bella strigliata da parte di Gianni Credibile Petrucci.
Comunque, siccome la situazione (lo ricordiamo) è drammatica, «Professionisti e dilettanti devono dare un segnale fortissimo [...] Se ci chiederanno di fermarci, ci fermeremo», e se il Colendissimo Reverendissimo Credibilissimo Presidentissimo ce lo consente, noi gli diamo pure una ramazzata ai saloni del CONI, ente che per noi è un onore servire, non prima di aver naturalmente assunto la tipica postura ad angolo retto che richiede una situazione che - lo ripetiamo per i distratti - è pur sempre drammatica.
Poi la presa di posizione, netta, limpida, necessariamente spietata: «Se potessi chiedere lo stop di un atleta, comincerei da Contador. [Ma] io non ho gli strumenti per bloccare una squadra, tutto è legato alle norme della federazione internazionale»: quindi, ricapitolando, a casa gli ex corridori in ammiraglia, e a casa pure Contador. Lui, l'Ineffabile, non pensa certo a rivolgere verso di sé lo stesso auspicio, del resto lui non è per niente responsabile della situazione (l'abbiamo già detto che è drammatica?).
Ma se c'è voluto poco per smascherare l'assurdità dell'incoerenza tra parole e fatti del gatto & la volpe dello sport italico, uno sforzo un po' più grande lo dovremmo spendere per provare a capire perché. Perché?
Torniamo con la mente a un anno a caso, diciamo il 1999. Il senso di déjà-vu è stordente. Anche allora, come oggi, il Presidentissimo (era sempre lui) giunse alla conclusione che il ciclismo dovesse dire basta, e che servissero atti forti e dirompenti per recuperare credibilità... Anche allora, come oggi, ci fu un Presidente FCI pronto a immolare il suo sport sull'altare di più elevate mete (Ceruti per far carriera politica, Di Rocco punta probabilmente alla poltrona di Presidentissimo). Ma all'epoca ci fu chi contestò i metodi del CONI, rivolti al solo ciclismo e non all'intero sport: fece una brutta fine.
L'accondiscendenza (usiamo un eufemismo) di Di Rocco è chiara: uno che in Giunta non sbandiera i dati sui controlli sempre più stringenti sui corridori, non parla del Passaporto Biologico che pure ci viene gabellato come il toccasana di tutti i mali, non conferma gli enormi progressi fatti anche grazie al procuratore Torri, insomma un presidente di federazione che nemmeno ripete per senso del dovere tutte le cose che (fingendo di crederci) dice a noialtri del ciclismo, o soffre di momentanee amnesie (in tal caso aspettiamoci un comunicato di precisazioni nelle prossime ore); oppure è stato colto da improvvisa voglia di dire la verità, ma allora dobbiamo dire che i vertici del ciclismo italiano ci hanno sempre mentito quando hanno parlato di fenomeno doping in ribasso. (E, per carità di patria, non vogliamo nemmeno addentrarci sulla questione se credere più all'UCI - che conferma il ribasso del doping - o all'ultima versione di Di Rocco).
L'accondiscendenza dell'Ineffabile, dicevamo, è chiara: la presidenza del CONI val bene una messa (in mora, dello sport che si dirige).
Quel che può sembrare meno chiaro, è il motivo che spinge invece Petrucci a lanciarsi in questa nuova battaglia. Ci sovviene a tal proposito il ricordo di un altro anno a caso, diciamo il 2000. Annus Olimpicus, nonché anno del perfezionamento del trattamento da capro espiatorio nei confronti del contestatore dei metodi CONI citato poco sopra (quello che poi fece una brutta fine, per intenderci). Marco Pantani (esatto, di lui parliamo) venne messo incredibilmente all'indice (dal segretario generale - di allora come di oggi - Lello Pagnozzi) con delle accuse pretestuose (basate su dati inesistenti), e così facendo si mise la sordina alle voci sulla crescita ormonale dei 61 atleti olimpici segnalati dalla Commissione Scientifica di cui parlavamo in apertura.
Stavolta il progetto è evidentemente più ampio, se il Presidentissimo prende a pretesto un'inchiesta della procura di Mantova basata su fatti di 2 o 3 anni fa (quindi l'urgenza della situazione drammatica - oggi - dove rimane? Di Rocco, ad ogni buon conto, non ha ritenuto di chiederlo a Gianni Credibile); e se giudica tale inchiesta (per la quale i corridori coinvolti non hanno ancora ricevuto notifiche di sorta: Petruccissimo ne sa sempre di più, anche più degli indagati) talmente grave da mettere in discussione un intero sport.
Cosa bolle in pentola, Presidentissimo? Non è che per caso vi sta venendo qualche idea strana, non è che in quella pentola ci sono pozioni magiche destinate a rilanciare lo sport italiano (tranne il ciclismo, nel cui ambito la lotta senza quartiere contro il doping sarà esemplare e dimostrativa della volontà del CONI di debellare il problema...)?
Lo sport italiano che, dopo i fasti di Olimpiadi in cui si vincevano 35 (Atlanta, di cui 13 ori), 34 (Sydney, di cui 13 ori), 32 (Atene, di cui 10 ori) medaglie, ora arranca un po': 27 medaglie (8 ori) a Pechino 2008, per non parlare delle Olimpiadi invernali di Vancouver 2010, che sono state una schifezza (solo 5 medaglie, di cui un oro... Nel glorioso 1994 di Lillehammer furono 20 medaglie con 7 ori). Quasi scomparsi nell'atletica, in calo nel nuoto, malaticci con le varie squadre nazionali (l'Italia del calcio eliminata al primo turno dei Mondiali 2010, quella del basket che manco ci si è qualificata...).
E insomma, l'anno prossimo ci saranno le Olimpiadi di Londra, e una nazione che spera di ospitare i Giochi tra 9 anni (vi immaginate l'imbarcata di soldi che gireranno intorno all'eventuale evento?) deve per forza di cose dimostrare al mondo di essere una potenza dello sport, meritevole (di più: in diritto!) di organizzare cotanta manifestazione. E i suoi invitti atleti potranno essere i migliori testimonial per la candidatura di Roma 2020.
Scopriremo nel 2012 se queste deduzioni logiche saranno suffragate da fatti, ma di sicuro vedremo in un lasso di tempo molto più breve gli esiti dell'uscita petrucciana (a proposito: ieri in Giunta, prima del j'accuse di Gianni Credibile, si era parlato di? Olimpiadi di Roma 2020!) sul disastrato mondo del ciclismo (in particolare, di quello italiano). Magari il tutto si risolverà in una bolla di sapone: difficile. Più facile invece che i riflettori vengano puntati effettivamente sul doping tra le biciclette, lasciando tutt'intorno grandi zone d'ombra. Su cui però ci sarà chi manterrà uno sguardo attento. E se ci chiederanno di fermarci, NON ci fermeremo.