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Il caso: Acquarone capro espiatorio di RCS? - L'ex dirigente: «Strategia contro di me per salvare la faccia del gruppo»

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Michele Acquarone © www.dougreport.comCi sembra doveroso, a un anno dalla clamorosa defenestrazione di Michele Acquarone dalla dirigenza di RCS Sport, fare un punto della situazione che vede coinvolto l'ex numero uno del Giro d'Italia. La prossima corsa rosa - scherzi del destino - partirà proprio da casa sua, da Sanremo, ma Acquarone sembra più che mai lontano dalle cose del ciclismo, in un momento in cui, dopo il grande impatto mediatico del suo licenziamento, è scesa una coltre di disinteresse sulla sua vicenda umana.

Eppure quella oscura faccenda di soldi sottratti dai conti di RCS non ha più avuto una soluzione: non si sa chi abbia rubato quei soldi, con abili manovre bancarie; non si sa neanche chi sia accusato di averlo fatto. Si sa però che il gruppo imputa ad Acquarone un mancato controllo, accusa che lui respinge con forza e argomentazioni.

Lui stesso ricostruisce ancora una volta i fatti: «Il 16 settembre 2013 un addetto ai controlli interni di RCS MediaGroup mi fece vedere un estratto conto bancario che sembrava contraffatto; insieme ci recammo in banca (era la prima volta che lo facevo, e la prima volta che vedevo un estratto conto di RCS MediaGroup), e il direttore ci confermò che già da aprile 2012 aveva avvisato i responsabili finanziari della società che qualcosa non andava, e ingenti somme venivano sottratte dai conti del gruppo. Demmo subito l'allarme interno».

Qualcosa effettivamente si mosse: «Non c'erano settori finanziari in RCS Sport, tutto passava dalla società madre. Il 27 settembre Riccardo Taranto, direttore finanziario di RCS MediaGroup, divenne amministratore delegato di RCS Sport, e io, da direttore generale, divenni direttore operativo del gruppo; ufficialmente (stando alle parole di Taranto) questo avvicendamento (solo formale, per quanto riguardava il mio ruolo), serviva per avere un maggiore controllo finanziario su RCS Sport».

Tempo 3 giorni, e il 30 settembre Acquarone venne fatto fuori, contestualmente alla diffusione della notizia degli ammanchi milionari. L'ex direttore del Giro si è fatto un'idea chiara di quanto avvenuto: «Non si poteva permettere che RCS MediaGroup venisse coinvolta in uno scandalo del genere, per cui tutto è stato scaricato sulla branca RCS Sport e sui suoi responsabili, accusati di un non meglio precisato mancato controllo».

Una tempesta che gli ha rovinato la vita (almeno dal punto di vista lavorativo), a quanto riferisce: «Questa macchia sulla mia reputazione mi rende impossibile lavorare ancora nel ciclismo. Ho provato a propormi per alcune posizioni vacanti in seno all'UCI, ma sono stato ignorato. Se non sono più il benvenuto a Aigle, non sono più il benvenuto nel ciclismo, cosa confermata dal fatto che anche altri organizzatori o pure i team professionistici non hanno preso in considerazione le mie proposte lavorative, sia in Italia che all'estero; ciò purtroppo sta succedendo anche in altri sport».

Acquarone si rifà alla metafora di Davide e Golia, ma lo fa con amarezza: «Nella realtà il pesce grande mangia sempre il pesce piccolo». Le mosse del gruppo, secondo l'ex dirigente, non vanno nella direzione di scoprire la verità sugli ammanchi milionari, ma in quella di tenere lo scandalo lontano dal cuore di RCS. «Hanno assunto il numero uno degli avvocati del lavoro, perché il discorso si è spostato dal fare luce sul problema al mettere in evidenza i miei presunti mancati controlli. La questione centrale è diventata il mio licenziamento, per me illegittimo, per loro no. Parlano di "culpa in vigilando" perché, secondo loro, essendo il direttore generale avevo l'obbligo di controllare. Ma, ripeto, tutto quel che riguardava le finanze del gruppo non passava dalle mie mani, ma direttamente da RCS MediaGroup: nella posizione in cui ero, non avrei mai potuto accorgermi di quella frode e prevenirla».

Acquarone definisce il tutto come «strategia del capro espiatorio». Il capro espiatorio sarebbe lui, che ora si consola rifugiandosi nella famiglia e sperando che la sua "storia ciclistica" non finisca in maniera così brusca e oscura, e che a qualcuno ancora interessi fare luce su questa strana vicenda. Da parte nostra continuiamo a tenere viva l'attenzione, per provare a capire cosa sia effettivamente successo in seno alla società organizzatrice del Giro d'Italia.

Marco Grassi

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