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L'inchiesta: «Diritti e doveri uguali per tutti» - Cristian Salvato (presidente ACCPI): «Puntiamo su cultura e partecipazione»

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Cristian Salvato, da qualche settimana presidente dell'ACCPI © BettiniphotoCristian Salvato non ha avuto una carriera ciclistica da copertina. Professionista dal 1995 al 2001, ottimo gregario nella maturità dopo essere stato parte integrante dei quartetti azzurri delle cronosquadre in giovinezza (titoli mondiali da juniores e da dilettante), si era eclissato dal mondo del ciclismo dopo il ritiro. Qualcuno si sarà quindi sorpreso di ritrovarlo nell'AssoCorridori a partire dal 2009, e ancor più di vederlo oggi acclamato presidente dell'ACCPI stessa. Ma è il 42enne padovano in persona a spiegarci il suo percorso nell'associazione di categoria dei ciclisti professionisti italiani.

«Sono entrato 4 anni fa in punta di piedi, coinvolto dal gruppo di lavoro di Gianni Bugno e Amedeo Colombo, ai quali il mio nome era stato fatto da alcuni miei ex compagni ancora in gruppo. Per me fu un grande piacere essere affiancato a Bugno che era il mio idolo quando correva, e non parliamo poi di quando lui stesso - dovendo passare a guidare il CPA, l'associazione internazionale dei corridori - mi propose di fare il vicepresidente dell'ACCPI. Man mano, poi, dopo aver "studiato" all'inizio, mi sono sentito sempre più coinvolto, mi sono impegnato sempre più, ed eccoci oggi con questa elezione, venuta da un'assemblea partecipatissima: non avevo mai visto tanti corridori presenziare ai nostri incontri, e che da ciò sia venuto il mio nuovo incarico mi fa ulteriormente piacere».

Qual è stato il tuo impegno in questi anni in ACCPI?
«Mi sono sempre battuto per creare un gruppo più coeso tra i ragazzi, per coinvolgerli di più, perché solo con la loro unione si ottiene qualcosa: non dimentichiamo che sono loro a comporre l'ACCPI! In passato, vedere le assemblee disertate dai professionisti mi faceva male, per questo abbiamo provato a convincerli a partecipare. Come? Da un lato spingendo sul concetto di condivisione; dall'altro puntando sulla formazione. Sono stato ispirato da quel che raccontava Danilo Gallinari, ovvero che al suo approdo nel basket NBA fu invitato a una full immersion di 2-3 giorni nel corso della quale venne spiegato - a lui e agli altri atleti arrivati in quel campionato - tutto dal punto di vista delle regole, della comunicazione, del movimento di soldi. Perché non farlo anche per i ciclisti? In fondo un ragazzo che entra nel professionismo a 22-23 anni deve imparare tutto, a partire dalle norme sul Passaporto Biologico e sui sistemi di reperibilità, proseguendo con le questioni contrattuali e delle varie regole: non è giusto che tutto ti venga spiegato dal compagno o dal medico, l'associazione dei corridori può essere molto utile in questo senso. Dopo una prima riunione lo scorso anno, riservata ai neoprofessionisti, stavolta abbiamo voluto provare a organizzare questo incontro di formazione per tutti i corridori, è stato una sorta di numero 0, e abbiamo avuto una grande risposta: ora speriamo di crescere, mattone dopo mattone».

Come cambia l'ACCPI con la tua elezione?
«È una squadra giovane quella che prende in mano l'associazione, il consiglio è formato da persone nate tra il 1969 e il 1984. Ora ci incontreremo il 23, credo, per fare un punto della situazione, ma ciò che è alla base dei nostri intenti è di essere più vicini ai corridori, far sentire che ci siamo, parlare con loro, ma anche portare avanti progetti positivi. Non un fumoso programma di 100 punti, come avviene a volte in politica, ma l'idea di fare un passo alla volta. Stare più vicini ai ragazzi è il primo; far sentire forte la nostra voce per quel che riguarda la riforma UCI che presto stravolgerà il professionismo, è il secondo; continuare a puntare forte sulla diffusione della cultura del ciclismo e dell'etica dello sport è il terzo: bisogna tornare ai valori che animano il ragazzino quando si mette in bici, alla pura passione, per voltare definitivamente pagina dopo un periodo terribile».

Il ciclismo non continua ad autoflagellarsi troppo col doping? Sarebbe impossibile un approccio più laico alla questione, senza gli eccessi che conosciamo fin troppo bene?
«A me sembra che le cose siano cambiate, e in meglio. Rispetto a qualche anno fa il mutamento è radicale, i corridori non sono più degli automi, si vedono spesso crisi in corsa, tutto è più umano. Ma lo si capisce anche stando in mezzo a loro, parlandoci e ascoltando le loro esperienze: il doping non è più all'ordine del giorno come qualche anno fa, se pensiamo che un corridore non può farsi nemmeno un'iniezione di vitamine capiamo a quale livello di controllo questi ragazzi siano soggetti, ed è una politica che ha dato i suoi frutti».

Queste sono frasi che sentiamo sistematicamente da almeno 15 anni: cosa ci può far pensare che stavolta sia davvero così? È il Passaporto Biologico ad aver segnato uno scarto netto col passato?
«In primo luogo sì, il Passaporto Biologico, che è il deterrente più importante. Ma non è solo questo. È che c'è una differente cultura tra i ragazzi, lo ripeto. Io ci parlo sempre, con loro: e ad esempio per uno come Nibali metterei la mano sul fuoco; ora non mi metto a elencare tutti i nomi...».

Hai citato il più importante, basta e avanza anche a livello simbolico. Perché però continua ad esserci una radicata cultura del sospetto? Appena Froome fa un'impresa sul Ventoux, ecco gli ululati... se una squadra domina in montagna, si moltiplicano le ironie... non parliamo poi della vicenda Horner.
«Che ci possa essere qualcuno che fa ancora acrobazie, è fisiologico, ma ripeto e insisto, sta cambiando il discorso culturale, si sta affermando un concetto di sport più pulito. Determinate squadre investono moltissimo in nuovi metodi di preparazione, ridurre il tutto a un discorso di pratiche illecite è fuorviante. E quando hai in mano un progetto importante, milionario, rischiare di far saltare tutto per il doping è da pazzi. Alla fine, senza doping i più forti vincono, per loro più che per gli altri è un problema fare "acrobazie". Prima si diceva "lo fanno tutti, lo faccio anch'io", ora proprio dai ragazzi viene una reazione forte a un simile approccio. E anche a livello di squadre, non vedo più team manager che spingono per il doping, anche perché non c'è intorno quel clima di omertà generalizzata che un tempo permetteva il fiorire di certe abitudini. Noi, da parte nostra, continueremo ad appoggiare in tutto e per tutto gli atleti onesti, non quelli - sempre meno - che barano».

Ci sono però alcuni eccessi, come ad esempio il caso di Pellizotti che resta appiedato perché oggi si deve dar conto pure al MPCC (Movimento per un Ciclismo Credibile), pur avendo già scontato una salata squalifica.
«Ho visto Franco all'assemblea di Salsomaggiore, era felice come una Pasqua per il suo ingaggio da parte dell'Astana, ora che tutto è saltato gli è caduto il mondo addosso. Concordo che la retroattività di certe norme è inaccettabile: si dovrebbe stabilire a monte che da qui in poi - ad esempio - la squalifica è di 4 anni, o addirittura la radiazione, e tutti si conformerebbero a tali regole. Ma inserire in corsa nuove sanzioni non è giusto».

Voltando pagina rispetto alla questione doping, approfondiamo il tema della riforma UCI in vista nel 2015?
«O nel 2017, pare - secondo indiscrezioni - che la facciano slittare al 2017».

Non avrà un impatto troppo penalizzante per il movimento italiano?
«Il nostro ciclismo deve stare con le orecchie aperte, e cercare di migliorare quello che è attualmente in discussione. Se questa riforma passasse come l'hanno ipotizzata, in soldoni perderemmo subito 120 corridori del World Tour (con le squadre ridotte da 29-30 atleti a 22), se storniamo pure quei 30-40 neoprofessionisti che ci sono ogni anno, avremmo le proporzioni del disastro. D'altro canto, bisogna dire che non tutto il male viene per nuocere, perché una simile dinamica potrebbe portare ad un aumento degli stipendi. Il problema di fondo rimane quello di un sistema chiuso che impedirebbe a nuove squadre di inserirsi ai livelli più alti: per me deve valere il concetto di meritocrazia, chi fa i risultati va avanti e cresce di categoria».

Anche molte corse del calendario italiano rischiano tempi ancor più grami, senza una partecipazione di livello, rischio che diverrebbe tangibile dopo una simile riforma.
«C'è una tradizione da salvare, anche se non vengono chiamate Classiche Monumento, tante corse del nostro calendario hanno una storia centenaria, farle sparire sarebbe un po' come buttar giù il Colosseo. L'innovazione va bene, ma dev'essere introdotta innestandola sulla tradizione, altrimenti non ci siamo. Mi viene da pensare al vino, di cui sono grande appassionato: negli ultimi anni hanno preso piede vini provenienti da nuove coltivazioni, dall'Australia, dal Cile, dal Sudafrica, dalla California, vini che hanno anche venduto tanto; ma alla fine, i grandi classici restano quelli italiani o francesi. Il ciclismo attuale mi ricorda questo percorso, e spero che come per il vino, alla lunga si impongano le corse di maggior tradizione».

Che margini di manovra ha il sindacalismo in tempi di crisi, non solo in Italia? In altri termini, che possibilità ci sono per voi di far cambiare idea all'UCI?
«La parola "sindacalismo" è grossa; l'ACCPI è un'associazione più che un sindacato, e io sono solo un rappresentante di questa associazione. Quel che possiamo fare è portare avanti - con la voce dei ciclisti - le loro battaglie. È vero che ne abbiamo perse diverse in questi anni (ad esempio quella sulle radioline), ma è anche vero che questa è una questione centrale per il ciclismo, qui non possiamo assolutamente abbassare la guardia e perdere, perché il ciclista deve restare al centro di tutto».

La nuova UCI vi sembra più malleabile di quella gestita da McQuaid?
«È presto per giudicare, però da alcune piccole cose ci si può fare un'idea: ad esempio ci ha colpito il fatto che abbiano risposto subito alla lettera che abbiamo scritto loro sulla vicenda della vedova di Alessio Galletti, son piccoli segnali ma è bello leggere, da parte loro, che il movimento dei ciclisti professionisti resta al centro di questo sport. Voglio essere ottimista su Brian Cookson, laddove Pat McQuaid era troppo accentratore: ti ascoltava, ma poi faceva sempre di testa sua».

In chiusura, è inevitabile affrontare la questione Continental: snobbate e ghettizzate fino all'altro giorno dalla FCI, ora si permette loro di far calendario professionistico pur avendo status dilettantistico. A che tipo di distorsioni porta una simile apertura?
«Noi ci siamo sempre battuti - anche col CPA di Gianni Bugno - per mettere una barriera, una divisione forte tra professionismo e non professionismo. Il sistema di una volta era meraviglioso, di qua i dilettanti, di là i pro'; oggi invece è tutto un gran marasma, e abbiamo ad esempio anche ragazzi che pensano di essere professionisti (nelle Continental) ma di fatto non lo sono. La cosa più grave, a mio avviso, resta comunque la disparità di diritti e doveri tra le formazioni di prima e seconda fascia e quelle di terza: se una Continental è una squadra professionistica, è giusto che si attenga a determinate regole (in riferimento a Passaporto Biologico, reperibilità...). Quando lo dissi personalmente a McQuaid, lui mi rispose che non si riusciva a controllare tutti. Io ribattei che non tutti devono per forza essere professionisti: questa è una parola che dovrebbe avere un peso, non indicare di tutto e di più».

Mentre però altrove le squadre Continental hanno un senso, magari per partecipare alle tante gare di secondo piano in continenti emergenti, o per fungere da vivaio per le squadre maggiori, in Italia si rischia di deprofessionalizzare quel poco professionismo che ancora c'è, andando verso una minor qualità del prodotto ciclismo.
«Se le Continental devono essere un vivaio, o se servono per promuovere il ciclismo in determinate parti del mondo, il discorso mi sta anche bene; ma se il tutto deve risolversi nella ricerca, da parte dei corridori, di uno sponsor personale per illudersi di correre da professionisti, è chiaro che siamo lontani dal senso della questione. Piuttosto, approfittando del fatto che, 2015 o 2017 che sia, arriveremo a una riforma profonda del ciclismo professionistico, dovremmo mettere in cantiere una riscrittura totale anche delle nostre regole, per non ritrovarci travolti dalla confusione un domani».

Servirebbero magari dirigenti più illuminati di quelli che abbiamo avuto e ancora abbiamo...
«Già».

Marco Grassi

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