Federciclismo: L'Ancien Régime che strozza l'Italia - Di Rocco, nuovo mandato e vecchi metodi
Versione stampabileDopo la Rivoluzione Francese e la controrivoluzione che seguì al periodo del Terrore, la restaurazione venne esibita nel ritorno delle antiche mode, delle parruccone in voga ai tempi dei vari Re Luigi, di tutta una serie di usi e costumi che - per un breve tratto - erano stati spazzati via da Robespierre e compagni. Magari noi, nel nostro piccolo, potessimo dire che la Federazione Ciclistica Italiana è stata investita da un'ondata di restaurazione, significherebbe che in precedenza c'era stata almeno una rivoluzioncella.
Invece nei palazzi del nostro ciclismo il nuovo non s'è mai affacciato, e siamo da sempre e ancora governati da un Ancien Régime che non vuol saperne di farsi da parte. Il nostro popolo ha fame, ma da Roma l'unico invito che si legge tra le righe è quello di mangiare le brioche. E di farsi i fatti propri, perché nessuno può e deve disturbare il manovratore, guai a dire che l'operato del presidente Renato Di Rocco va dall'autoreferenziale al deleterio. Quantomeno si rischia di beccare una querela, come capitato a noi per aver definito lo scorso anno la FCI un regime fascista; in casi peggiori, c'è proprio la cacciata dal tempio, dalla grande casa federale, laddove chi si oppone è solo un nemico.
Per tutto il 2012 sono stati messi in rilievo (da questo e altri siti) le storture, gli errori, gli abusi della Federciclismo. La base rispondeva in maniera corposa, si riusciva a percepire un'indignazione diffusa, tutto lasciava presupporre che il regno di Di Rocco fosse prossimo alla fine. Invece, in barba agli umori del popolo che chiedeva il cambiamento, l'assemblea elettiva di Levico Terme, in gennaio, ha confermato con superiorità schiacciante il grande capo. Il sistema di voto, del resto, pare fatto per essere ben telecomandato da chi ha in mano le leve del potere: poche centinaia di delegati possono essere controllati abbastanza facilmente (magari con qualche ben mirata promessa elettoralistica), mentre orientare il voto delle migliaia di società affiliate alla FCI potrebbe essere molto più complicato.
Proprio in Trentino, pochi minuti dopo la sua terza elezione, Di Rocco ci disse che sì, si poteva e doveva fare qualcosa per rendere il sistema di voto più moderno e rappresentativo, ma chiedere una riforma di tale sistema proprio a lui che sul vecchio modello ha ultimamente costruito le proprie fortune, era in effetti esercizio abbastanza superfluo. Infatti alle parole di allora non è ancora seguito nessun fatto. I primi mesi del terzo mandato di Renato sono trascorsi nell'organizzazione della "nuova" FCI, strutturata in nutrite commissioni (bisognava accontentare con un ruolo istituzionale molte persone), composte da decine e decine di membri. E poi in una serie di iniziative quantomeno discutibili.
Il "ct" Sciandri e il GiroBio scaricato
La prima e più plateale figuraccia della Federciclismo ha riguardato la scelta del nuovo ct della Nazionale. Che doveva essere Maximilian Sciandri, attuale direttore sportivo della BMC; se non fosse che la cosa all'interessato non era stata comunicata, e quindi ci siamo trovati a vivere settimane d'impasse, con l'angloitaliano preferito da DeZan che veniva inserito nei quadri tecnici federali, ma con l'accordo che tardava ad arrivare. Fino alla sconfessione piena della manovra dirocchesca, Sciandri che ringrazia per la stima e rimane in BMC, e Federciclismo costretta a confermare nel ruolo il già dimissionato Paolo Bettini. E lui, l'ex Grillo che tanto ci fece sognare da corridore, che continua ad essere usato (è il termine giusto: usato) come una marionetta e che tanto vorrebbe liberarsi da questo stato di cose che continua ad offuscare il ricordo del campione due volte iridato. Non solo (di nuovo) ct ma anche coordinatore delle nazionali (ruolo ibrido e alquanto oscuro), e pronto (obbligato) a presenziare a tutte le varie iniziative d'immagine della FCI. Un uomo per tutte le marchette, lo potremmo definire (spiacevolmente per noi e per lui, ma la verità è verità).
L'altro grosso sommovimento a livello tecnico, nella FCI del nuovo-vecchio corso, è il crudele scaricamento del GiroBio. Una manifestazione nata con tutti i buoni uffici federali, teoricamente simbolo di una innovativa impostazione del ciclismo a livello di prevenzione del doping, il vecchio Giro Dilettanti insomma, e dopo neanche un lustro d'esistenza si scopre che è una manifestazione troppo onerosa. Ma onerosa in quali termini? Economici o ideali? Per diversi anni la FCI s'è fatta bella coi risultati del GiroBio (organizzato da Giancarlo Brocci), ma l'impostazione data alla corsa dal suo patron cozzava con gli interessi di alcune importanti società under 23. Fino a diventare troppo ingombrante per la stessa Federciclismo, che a un certo punto ha tolto la "copertura politica" all'evento, lasciandolo alla mercè della crisi economica.
In teoria doveva essere difeso coi denti, il progetto GiroBio, nella pratica Di Rocco se n'è disfatto alle prime difficoltà. Da buon padre di famiglia (certo, certo), ha messo in contrapposizione il Giro dei giovani con quello delle donne, preferendo sostenere quest'ultimo, come se fosse sensato, per un movimento come quello italiano, dover scegliere tra i dilettanti (e quindi il futuro del ciclismo tout-court) e le donne (e quindi un ambito da seguire con passione e interesse al fine di allargare in modo importante il bacino d'utenza del ciclismo).
Non contento di tutto ciò, Di Rocco ci ha tenuto in maniera particolare a mettere il carico a coppe con la vicenda Alberati. È successo che l'ex prof Paolo Alberati, braccio destro di Brocci e tuttora cicloamatore, sia risultato positivo ad un controllo. Ora, non importa che il corridore possa dimostrare la natura del tutto inoffensiva di tale positività (frutto di un medicinale, ma qui non ci interessa approfondire il tema). Quel che rileva è che mai abbiamo visto tanta attenzione intorno alla positività di un amatore, con tanto di notizia "sbattuta in prima pagina" da alcuni siti, con già incorporato il commento di Di Rocco! «Avevo detto a Brocci di fare attenzione ad Alberati», le parole del Lupo d'Abruzzo, dichiarazioni immediatamente riportate dai siti di cui sopra e che tradiscono una certa mobilitazione di RDR nei confronti di questa vicenda. Quando mai il presidente federale si spende per commentare in tempo reale la positività di un amatore? Chiediamoci il perché di tanta solerzia, e se per caso non sia indice di una certa volontà di strumentalizzare la vicenda per screditare l'antico compagno di cammino (Brocci, appunto).
Il metodo Bianco applicato a Rocco Marchegiano
In una sorta di malinconica coazione a ripetere, un altro episodio che dobbiamo riportare è quello riguardante i rapporti, tesissimi, tra FCI centrale e Comitato Regionale piemontese. In seguito a una vicenda locale (che non stiamo ad approfondire perché non è così rilevante) che ha visto il presidente del CR Piemonte Rocco Marchegiano contrapposto al CONI locale, da Roma è partita un'informativa indirizzata a tutti gli altri Comitati Regionali, nella quale Di Rocco prendeva malamente le distanze da Marchegiano.
Ma come, un dirigente locale difende il ciclismo rispetto al governo dello sport nazionale, e il presidente dello stesso ciclismo lo scarica a brutto muso, in maniera peraltro abbastanza nebulosa? Poi facciamo mente locale e tutto diventa chiaro. Marchegiano è stato un avversario di Di Rocco alle ultime elezioni, e della folta schiera di candidati contrapposti a Renato è sicuramente quello che potrebbe avere un futuro: altri sono in là con l'età, o non hanno la stessa capacità catalizzatrice del ruspante piemontese. Marchegiano, peraltro, ha resistito a Levico a pressioni pesantissime di personaggi che volevano spingerlo a ritirare la sua candidatura. Si parla di sostanziose offerte (non si sa da parte di chi... queste son solo voci e le riportiamo sol perché ci sembra brutto tenerle per noi, ma a Levico non si parlava d'altro), fatto sta che il buon Rocco procedette per la sua strada, andando incontro alla sconfitta elettorale.
Sempre facendo mente locale, ci sovviene che il metodo di mettere un dirigente locale in cattiva luce rispetto agli altri dirigenti locali fu usato lo scorso anno per screditare in tutti i modi Salvatore Bianco, ex presidente del CR Puglia, prima commissariato con risibili motivazioni e poi fatto del tutto fuori dall'ambito federale. Metodo che vince non si cambia, potrebbe pensare Di Rocco, e quindi - visto com'è andata a finire con Bianco (che comunque ha in piedi una vicenda giudiziaria in cui lo stesso Di Rocco è imputato per diffamazione) - fossimo in Marchegiano non dormiremmo sonni troppo tranquilli.
Quel che è certo è che laddove si intuisca la possibilità di una opposizione alla linea presidenziale, si prova in tutti i modi a far terra bruciata, a desertificare, a nullificare gli sforzi di chi comunque prova a proporre un ciclismo italiano alternativo a quello portato avanti dall'Ancien Régime.
Gare Mondiali, gare regionali, barbieri e parrucchieri...
All'ordine del giorno della FCI, al momento, ci sono varie questioni. I Mondiali di Firenze, ad esempio: pare che i lavori per la sistemazione di strade e strutture in Toscana procedano a rilento, ci riserviamo di approfondire la cosa ma non ci stupirebbe scoprire che i problemi organizzativi saranno pesanti da dirimere per la FCI che - lo ricordiamo - tramite le sue società partecipate (Ciclistica Servizi e Mondiali Ciclismo) è la responsabile della manifestazione.
In questi giorni però si parla di più degli imminenti campionati italiani, con tutta una serie di storture regolamentari che possiamo anche non dettagliare ai nostri lettori (esempi: il campionato nazionale a cronometro che verrà disputato nell'ambito del campionato regionale lombardo, con conflitti sulla partecipazione: gli stranieri potranno parteciparvi, come da regolamenti regionali, oppure no, come da regolamenti nazionali? O ancora, il campionato su strada che coincide con il Trofeo Melinda, con altre questioni relative alla partecipazione di corridori italiani o stranieri).
Insomma, non vi ammorbiamo con le tecnicalità del caso, ma il quadro d'insieme che emerge da tali vicende ci dice ancora di una Federciclismo che continua a fare figli e figliastri, che vive in uno stato di deroga perenne, e nel cui ambito c'è chi può e chi non può, e in genere chi può è molto vicino a Di Rocco. Come il presidente del CR Umbria Carlo Roscini, che può organizzare un campionato nazionale mascherato da corsa regionale e quindi - in barba ai regolamenti della stessa FCI! - senza nemmeno i controlli antidoping previsti.
Ah già, l'antidoping! L'ultima novità della FCI è la vendita (sì, la vendita) per la bella somma di 30mila euro, di uno stock di capelli collezionati dalle teste di diversi ciclisti e amatori. Tali capigliature sono state di fatto vendute alla USL 10 della Toscana nell'ambito di una ricerca sul doping tra i giovani e gli amatori, con una manovra decisamente spericolata (perché la FCI si presta ad una ricerca che non farà altro che confermare quanto il ciclismo sia legato al doping? Perché non è stata sollecitata una simile ricerca anche per altre discipline?).
Ma si è affrontata tale vicenda in Consiglio Federale? O quest'organo continua ad essere interpretato come una sessione di yes man che devono solo ratificare le scelte dell'uomo solo al comando?
Queste, in estrema sintesi, alcune istanze emerse nei primi 5 mesi della nuova gestione Di Rocco. Non occorre dettagliare al microscopio situazioni che danno un quadro d'insieme che è poi il solito: agli amici è concesso tutto, ai nemici nulla; è in fondo il consueto modo clientelare di gestire (al fine di perpetuare) il potere di cui si dispone.
Speranze di uscire da questa situazione? Il ciclismo italiano continua da più parti a boccheggiare, eppure ci ritroviamo a mettere sul piatto le stesse indigeste pietanze già assaporate negli anni scorsi. L'alternativa ancora non si vede, e laddove si intravveda, dai piani alti della FCI si lavora alacremente per depauperarne il portato. Ma il nuovo CONI di Malagò cosa pensa di tutto ciò?
Non vorremmo dover sperare negli atti della magistratura (sportiva e non) per riuscire a voltare pagina una volta per tutte nel ciclismo. Ma non è escluso che l'extrema ratio sia proprio quella.