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Elezioni Federciclismo: La FCI sono io! Trionfa Di Rocco - 100 voti di vantaggio, avversari distrutti

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Renato Di Rocco riceve i complimenti di Alfredo Martini dopo l'elezione per il terzo mandato da presidente FCI © Cailotto

258 votanti, oltre 100 voti di vantaggio sul secondo. Questo commento potrebbe anche finire qui, del resto cosa c'è di più eloquente dei freddi numeri, in alcuni casi? Renato Di Rocco non è solo il presidente confermato della Federciclismo, è anche una sorta di sovrano assoluto del ciclismo italiano.

Arrivato all'assemblea elettiva di Levico Terme con circa 120 voti accreditati, che non gli sarebbero probabilmente bastati per superare il primo turno (gli serviva il 50%) e andare al ballottaggio, Di Rocco ha assommato la bellezza di 144 voti, addirittura più del 55% che gli era richiesto per essere eletto direttamente, senza andare al secondo turno. Visti i risultati, non avrebbe comunque avuto problemi ad imporsi nella seconda votazione, ma sicuramente aver sbaragliato la concorrenza in questo modo è per lui una vittoria doppiamente significativa.

Il secondo arrivato, Davide D'Alto, ha messo insieme 41 preferenze, due in più di Rocco Marchegiano. 18 voti per Claudio Santi, 6 per Gianni Sommariva, 2 per Salvatore Bianco. Molti i voti dei delegati che, attribuiti alla vigilia a questo o quello sfidante, sono confluiti su Di Rocco. In particolare, la Lombardia ha "tradito" i suoi due candidati (D'Alto e Sommariva), e tutto il Sud Italia ha rafforzato la posizione del presidente uscente.

Chi segue da vicino il ciclismo, sa bene che il consenso per Di Rocco è ben lontano dal 55% vantato al termine di quest'assemblea. Ma il sistema dei delegati, utilizzato per queste votazioni, permette di queste distorsioni: è del resto più facile convincere, persuadere (per non dire controllare) qualche decina di votanti, piuttosto che molte centinaia. Ed è tanto più facile farlo, quanto più si ricoprono posizioni di comando, come nel caso di un presidente, che può ovviamente permettersi di promettere questo e quello.

Le regole del gioco erano in ogni caso chiare sin dalla vigilia, e il fatto che i 5 sfidanti abbiano perso così male è a suo modo un terremoto: alcuni dei candidati, nella fattispecie Sommariva, Bianco e D'Alto, si faranno probabilmente da parte. Marchegiano torna al suo orticello piemontese, Santi al suo velodromo di Fiorenzuola, e l'opposizione al governo del ciclismo italiano di fatto non esiste più: aspettiamoci almeno un biennio di totale riflusso, prima che le linee avverse alle politiche dirocchiane trovino il modo di ricompattarsi.

Nel frattempo, avremo una Federazione monocolore, in cui anche i tre vicepresidenti (Daniela Isetti, la più votata e quindi vicepresidente vicario, complimenti a lei che è la prima donna a ricoprire quest'incarico; e poi Giovanni Duci e Michele Gamba) sono dirocchiani di ferro. Le questioni che hanno animato i mesi di avvicinamento (democratizzazione della FCI, situazione critica del ciclismo italiano, rapporti con l'UCI) restano sul tavolo, e chissà se potranno essere evase da chi ha governato negli ultimi 8 anni. Di Rocco sostiene che, di nuovo rispetto al passato anche recente, c'è un bilancio finalmente risanato e che permetterà maggiori investimenti.

Resteremo in attenta osservazione, a guardare, a valutare, a controllare.

Marco Grassi

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