Liegi-Bastogne-Liegi 2016: Se lo spettacolo latita ci sarà un perché! - Analizziamo le ragioni di un ciclismo troppo involuto in molte classiche
Versione stampabileLo ammettiamo: dopo la sfavillante, emozionante, palpitante Parigi-Roubaix di due settimane fa eravamo già preparati al radicale cambiamento di scenario nelle prove delle Ardennesi, forti di una tradizione recente in tal senso. Ma, anche se un pochino, comunque ci illudevamo che potesse esserci uno spettacolo migliore rispetto a quello visto nell'ultimo lustro. Era solo una vana speranza, purtroppo.
Promossa con riserva la nuova côte: decide il vincitore, ma...
Ogni anno ormai ci facciamo sempre le solite domande: come aumentare lo spettacolo nelle Classiche delle Ardenne, che solo un decennio fa erano tra le prove più emozionanti del calendario internazionale? Una delle ipotesi riguarda la modifica del percorso; quest'anno ASO ha effettivamente recepito questa richiesta che a gran voce si è levata da corridori, mezzi di informazione e tifosi; è stata infatti introdotta nel finale della Liegi-Bastogne-Liegi la côte de la Rue Naniot.
Questo rettilineo di 600 metri al 10.5% di pendenza media posto ai meno 3 km dal termine è stato effettivamente lo spartiacque della Doyenne: qui ha attaccato Michael Albasini e qui lo hanno seguito nell'ordine Alberto Rui Costa, Samuel Sánchez e Wout Poels. Il quartetto, tirato quasi esclusivamente dall'elvetico dell'Orica GreenEDGE, si è involato fino al traguardo di Ans complice anche la poca coordinazione (e le poche forze residue) tra chi era rimasto dietro.
Dunque un elemento determinante ai fini del successo finale, e quindi subito una conferma della bontà della decisione di Christian Prudhomme e del suo gruppo di lavoro. Perciò tutto bene? Nemmeno per idea!. Perché l'attendismo che ormai caratterizza molte delle prove del World Tour - e il trittico ardennese in modo particolare - ha trovato nuova linfa anche nella prova odierna.
... Roche-aux-Faucons e Saint-Nicolas rese innocue
Dato il timore che tanti, se non tutti, di coloro che hanno pedalato in una giornata non semplice dal punto di vista atmosferico (e a loro va un meritato applauso) riponevano nell'inedito strappetto, la gara è rimasta anestetizzata sino alla pendici della suddetta côte. Vedere La Redoute continuamente sbeffeggiata non è più una novità e, a malincuore, ci abbiamo fatto il callo.
Altrettanto non si può però dire per La Roche-aux-Faucons, introdotta nel 2008; con la sola eccezione del 2013, quando lavori stradali ne impedirono la scalata, ha spesso rappresentato un bel trampolino di lancio per coraggiosi outsider e non che puntavano al successo ad Ans. In questo 2016 l'andatura non irresistibile di Pieter Serry per i suoi leader della Etixx-Quick Step (poi ampiamente deludenti) ha comunque scoraggiato tentativi altrui.
Ancora più triste l'immagine della Côte di Saint-Nicolas, risultato spesso come il momento buono per attaccare: come dimenticare il 1999 con il compianto Frank Vandenbroucke letteralmente scherzare i rivali (dopo averlo già fatto su La Redoute) o l'allungo della coppia Mapei Paolo Bettini e Stefano Garzelli nel 2002? Oggi niente di tutto ciò, plotone aperto e tutti con lo sguardo rivolto ai rivali, mentre l'unica selezione che avveniva era quella da dietro.
Amstel, Freccia, Liegi: mal comune, nessun gaudio
Questa della Doyenne, come detto, non è una situazione unica nel suo genere dato che è condivisa con Amstel Gold Race e Freccia Vallone. Nella settimana che si è appena conclusa i tre vincitori hanno totalizzato complessivamente meno di 6 km in testa alla corsa sui quasi 700 km percorsi, decisamente pochino (ma nel 2015 si fece addirittura peggio). Nessuno chiede cavalcate da lontano perché, fortunatamente da un certo punto di vista, è qualcosa di rarissimo nel ciclismo contemporaneo.
Liegi ed Amstel hanno modificato di recente il proprio finale di gara, chi con una nuova ascesa e chi con un diverso arrivo. Ma lo spettacolo rimane sempre ai minimi termini: una chiave di lettura, decisamente condivisibile, fa notare come la presenza di tante salite nei finali di corsa aumenta a dismisura l'esasperato attendismo da parte del gruppo per la maggior parte della prova da affrontare. Questo lo si nota chiaramente anche in molte tappe alpine e pirenaiche dei Grandi Giri, nei quali lo scattino ai 3 km dalla conclusione viene considerato financo «troppo prematuro».
Spostare all'indietro il baricentro di gare ormai rese prevedibili, nelle quali neppure il meteo avverso favorisce una selezione, potrebbe essere una soluzione da prendere in esame; la palla passa agli organizzatori, che si sono dimostrati aperte ad apportare migliorie, consci loro in primis che la noia che attanaglia prove dalla gloriosa tradizione può danneggiare l'intero giocattolino.
I ciclisti hanno responsabilità? Sì, però...
La "colpa" principale va ovviamente ai ciclisti stessi; ma non è solo una mancanza di coraggio la loro. Rispetto al recente passato sono cambiati, e di molto, i corridori: scomparsi i passistoni protagonisti negli anni '90, via anche gli intrepidi alla Di Luca e alla Vinokourov (il solo Tim Wellens ha provato a tenere alta la bandiera, in una categoria della quale potenzialmente potrebbero far parte ad alto livello anche tre come Tony Gallopin, Vincenzo Nibali e Diego Rosa) che hanno marcato i primi anni 2000.
Spazio a nuovi tipi di corridori, sostanzialmente fatti con lo stampino per quanto sono similari a livello di caratteristiche tecniche: gli allenamenti attuali, a cui praticamente tutti si sono adeguati, privilegiano le doti di esplosività su distanza breve rispetto alla tenuta su un tratto più ampio. Sommando questo aspetto alla forza che molte squadre possono mettere in campo (oggi il Movistar Team ha corso in maniera eccellente, le è mancato solo il finalizzatore) e alla marcatura vicendevole, ecco che si torna sempre al solito punto: sono i corridori a fare la corsa, e non viceversa.