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Vuelta a España 2015: We Aru the Champions, my Friends! - Fabio e l'Astana, un disegno tattico perfetto manda all'aria Dumoulin e regala al sardo il primo GT in carriera

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L'incontenibile gioia di Fabio Aru al traguardo di Cercedilla © Bettiniphoto

Terzo-quinto-secondo-primo. La progressione dei risultati di Fabio Aru nei GT (Giro 2014, Vuelta 2014, Giro 2015, Vuelta 2015) può essere definita con un unico aggettivo: straordinaria. Ad appena 25 anni il sardo di Villacidro sta per entrare (questione di ore e di superare indenni la facile passerella madrilena) nel club dei vincitori di grandi giri; di più: sta per entrare nel club di chi associa una vittoria in un GT a un podio in un altro nella stessa stagione. Roba da fuoriclasse, roba da Vincenzo Nibali (per restare all'esempio più vicino ad Aru), che vi riuscì nel 2013, primo in Italia e secondo in Spagna.

Dopo giorni vissuti sull'orlo di una crisi di nervi, 1" di vantaggio, 1" di ritardo, 3" di distacco, 6" di gap, oggi, sulla via per Cercedilla, Fabio ha rimesso le cose a posto, in senso totale e definitivo, senza che possano rimanere zone d'ombra né rimpianti per chicchessia. La Vuelta la vince con margine, nettamente, rispedendo a casa i dubbi e l'ultimo spauracchio olandese (il bravissimo Tom Dumoulin), e tenendo a distanza gente che di grandi giri ci campa, a partire da quelli che chiuderanno con lui sul podio (Joaquim Rodríguez e Rafal Majka), proseguendo con altri personaggioni del calibro di Nairo Quintana (quarto) e Alejandro Valverde (settimo); senza dimenticare che in gara, alla partenza da Marbella, c'erano pure vincitori di Tour de France come Nibali e Chris Froome, i quali per un motivo o per l'altro hanno dovuto abbandonare la contesa.

Alla vigilia si parlava di startlist da urlo per questa Vuelta disegnata un po' così, e che alla fine della fiera sia Aru a imporsi è un dato di rilevanza assoluta: qualcuno dirà che Froome è caduto e che Quintana aveva la febbre nel giorno del tappone di Andorra, ma vivaddio questi elementi da sempre fanno parte del ciclismo, e un GT è un viaggio massacrante che si conclude sempre con la vittoria del migliore. Che sia stato semplicemente il più forte, o anche il più forte e scaltro, o il più forte e scaltro e attento, non cambia di molto la sostanza: un grande giro mette alla prova il fisico e la psiche di un corridore, chi è più forte non si ammala, chi è più attento in genere cade meno volte (minimizzando i rischi di farsi male). E chi in montagna si dimostra il più forte nell'arco delle tre settimane, lascia poco da recriminare ai suoi avversari.

 

Aru e l'Astana, i più forti in salita

Nella Vuelta 2015 c'erano due tappe, forse tre, per fare davvero la differenza in montagna. Tappe in cui poter imbastire attacchi a lunga gittata e che non si risolvessero in un faccia a faccia sulla rampa di garage di turno, nei 3 km finali di troppi arrivi in salita disegnati in questo modo balordo. Una era quella di Andorra, vinta da Mikel Landa e nella quale Fabio Aru, secondo, prese la maglia rossa per la prima volta. Nella seconda, a Ermita de Alba, Aru e l'Astana hanno fatto segnare un passaggio a vuoto, non distanziando più del dovuto Dumoulin e permettendo a Rodríguez di andare a prendersi la maglia rossa.

Ma nella terza, oggi a Cercedilla, la squadra ha girato a meraviglia, attuando nella migliore delle maniere l'unica tattica che mettesse il ragazzo al riparo da sorprese. I kazaki erano i più forti su questo terreno, e hanno fatto valere la loro potenza, senza troppi ghirigori. Hanno studiato e applicato alla perfezione quanto andava fatto, riuscendo anche nel teatrale colpo di essere precisi al secondo (o al metro, come preferite), nel momento decisivo: ovvero quando, nel fondovalle tra le ultime due salite di giornata, Dumoulin, staccato in precedenza, stava per rientrare, e invece è rimbalzato nuovamente indietro perché proprio in quel momento Aru si è ritrovato ad aiutarlo un paio di gregari che aveva lanciato in fuga dall'inizio della frazione, e che lo avevano aspettato per dargli una mano fondamentale.

Naturalmente tutto ciò non sarebbe accaduto se Fabio non avesse fatto la sua parte, ovvero attaccare in salita, staccare l'avversario, mettersi nella condizione di sfruttare appieno il lavoro di squadra. Come nei giorni scorsi abbiamo fatto qualche critica a Giuseppe Martinelli (soprattutto dopo la tappa di Ermita de Alba), oggi dobbiamo riconoscergli di aver concepito e messo sul campo un capolavoro tattico. Conquista il nono GT dall'ammiraglia, uno dei team manager più vincenti di sempre, bravo a gestire i campioni e ottenere il massimo da loro. Ogni tanto gli capita qualche passaggio a vuoto, ma la sua capacità di riemergere lo ripropone sempre come uno dei dirigenti top nel ciclismo.

 

Cronaca di un disegno perfetto
Il piano tattico, vediamolo nel dettaglio, non prima di una necessaria premessa: fosse così facile da applicare, un simile progetto riuscirebbe nove volte su dieci, invece spesso non ce la si fa. Bisogna essere bravissimi, e a volte tutto è legato a dettagli che a prima vista paiono secondari. Oggi l'Astana è stata perfetta, l'abbiamo già scritto e lo ripetiamo.

Due uomini fortissimi sul passo come Andrey Zeits e Luis León Sánchez sono stati inseriti nella maxifuga partita nei primi chilometri. Il loro compito era di non spremersi nel corso dell'attacco, e di farsi trovare pronti dal sopraggiungente Aru tra il Puerto de la Morcuera e il Puerto de Cotos, le ultime due salite della tappa (e della Vuelta). Lì, in quel fondovalle, il loro aiuto sarebbe stato determinante per il capitano.

In gruppo, l'Astana non ha fatto praticamente nulla fino alla Morcuera, a poco più di 50 km dalla fine. Quella, l'ascesa più dura delle quattro previste nella tappa, era stata predeterminata per fare il forcing che avrebbe dovuto mettere le ali ai piedi di Aru. Dario Cataldo e Diego Rosa si sono smazzati il lavoro iniziale, che ha iniziato a sfoltire il gruppo dei migliori, disintegrando i resti della debole Giant di Dumoulin. Poi è subentrato un super Mikel Landa, la cui andatura ha ridotto ai minimi termini il drappello dei big, facendo malissimo a Valverde e ingolfando l'olandese in maglia rossa, che ha avuto qui una prima defaillance, a 52 km dalla fine.

Tom è rientrato con grande caparbietà, ma nulla ha potuto sull'attacco di Aru, andato in scena ai -46. Il sardo se ne è andato con Quintana e Majka, ma quel che è risultato determinante è stato un nuovo affondo di Landa, che poco più avanti è partito riportando sul suo capitano anche Rodríguez e Chaves, e lasciando il solo Mikel Nieve con Dumoulin. In quel modo, tutti i più forti erano nel gruppetto di Aru, e dietro chi avrebbe potuto aiutare Dumoulin a chiudere i 20" di gap che pativa al Gpm della Morcuera?

 

Aru e il testa a testa appassionante con Dumoulin
In discesa la lotta tra Aru e Dumoulin è stata entusiasmante, ballando sul risicato margine di 10-15". Fabio non ha fatto altro che rilanciare continuamente l'azione, tirando il collo a quelli che erano con lui, e obbligando Tom a fare la discesa a tutta. Nel fondovalle, però, pareva che la maglia rossa avesse la possibilità di rientrare, dato che aveva a vista quelli davanti. È stato allora che, a 35 km dal traguardo, Aru ha trovato davanti a sé Zeits, staccatosi ad hoc dalla fuga; e lì il kazako ha avuto buon gioco nel mettersi a tirare a tutta il gruppetto, respingendo Dumoulin, che era arrivato davvero a un passo dal ricongiungersi col plotoncino buono.

Il compito per la maglia rossa diventava improbo, perché un conto è inseguire da solo (con pochi cambi da Nieve) in discesa, tutt'altro è farlo su un falsopiano. L'olandese si è letteralmente finito in questo tratto, e quando Aru ha trovato strada facendo pure Luisle Sánchez, all'inizio del Puerto de Cotos, la corsa aveva ormai preso un indirizzo ben preciso, con Dumoulin che era già rotolato a oltre 40" di ritardo. Lo spagnolo dell'Astana ha fatto il resto del lavoro, dando nuovo impulso all'azione (alla quale aveva contribuito pure Eduard Vorganov, altro fuggitivo del mattino, compagno di Rodríguez).

Sul Cotos Dumoulin non ha avuto scampo, e ha pagato salatissimo il conto di una squadra troppo debole per aiutarlo; va anche detto che l'ammiraglia della Giant avrebbe dovuto anch'essa mettere un uomo nella fuga del giorno, che aiutasse il capitano a chiudere quel piccolo gap poi risultato insormontabile per Tom. Un errore pagato a caro prezzo, visto che Dumoulin non ha perso solo la maglia rossa ma pure il podio.

 

Fine dei giochi per Tom, inizia la festa di Fabio
Fatto fuori Dumoulin, ad Aru non rimaneva che amministrare, lasciando andare i vari Quintana e Majka che intanto attaccavano per giocarsi il terzo posto finale, e che avrebbero chiuso la tappa con poco meno di un minuto di vantaggio su Fabio e gli altri: troppo lontani in classifica, non facevano paura al sardo, che ha tagliato il traguardo esultando coi suoi compagni, coautori di quello che resterà nella memoria come il capolavoro di Cercedilla.

Il povero Dumoulin è arrivato con quasi 4' di ritardo dall'italiano, e finirà la Vuelta al sesto posto, una punizione sin troppo dura per quanto ha espresso in queste ottime tre settimane. Rodríguez, giunto quasi a braccetto con Aru, si prende il secondo posto a 1'17" dal primo, ennesimo podio per lui in un GT (un secondo al Giro, un terzo al Tour, due terzi alla Vuelta prima di questa piazza d'onore); Majka salva il terzo posto a 1'29" da Aru, Quintana resta giù dal podio a 2'02", e anche Chaves (a 3'30") scavalca Dumoulin, sesto a 3'46".

Un epilogo che ricorderemo a lungo, per come è maturato. E che ricorderemo, forse, come il primo di una lunga serie di vittorie di Fabio Aru nei grandi giri: l'Italia, dopo Nibali, ha un altro campioncino da seguire con passione nei prossimi dieci anni. Evviva!

Marco Grassi

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