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L'intervista: Marco Canola sale un gradino - «Vado alla UnitedHealthcare per crescere. E corro sempre per vincere»

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Marco Canola alla presentazione della Unitedhealthcare © Mal Burd

Pochi atleti sono capaci di debuttare tra i grandi vincendo già alla seconda corsa. Ancora meno quelli che, alla quinta tappa del primo grande giro disputato, arrivano a poche pedalate dal successo. E quanti di essi riescono a trionfare nella seguente corsa di tre settimane a cui partecipano? Il tutto senza considerare che il soggetto in questione è sì un elemento interessante ma non vanta una sfolgorante carriera tra gli Under 23. Questa, in estrema sintesi, la parabola di Marco Canola, ventiseienne passista veloce di Torri di Quartesolo, comune alle porte di Vicenza. Abbiamo fatto una chiaccherata con lui alla vigilia dell'imminente volo che lo porterà in Argentina, per il debutto con la nuova maglia UnitedHealthcare.

A che età hai iniziato a correre?
«Ho iniziato quando ero in categoria G6 (dodici anni, n.d.r.) con il Gruppo Sportivo Palladio. Le prime corse sono state un disastro, arrivavo sempre tra gli ultimi; al di là del risultato finale, andare in bici mi è però piaciuto sin da subito e ho iniziato a correre molto volentieri».

Poi tra gli juniores con la Utensilnord e tra gli Under 23 con la Zalf.
«Sì, è con la Utensilnord Schio Palladio che ho iniziato ad avere i primi successi. Il direttore sportivo era Giuliano Bernardele, una delle sue ultime stagioni in cui era in ammiraglia; è stato un eccellente allenatore, a suo tempo aveva guidato Fabio Baldato prima ed Emanuele Sella poi. Quindi cinque anni con la Zalf: begli anni anche quelli lì, ogni stagione era piena di successi».

Il debutto tra i professionisti arriva nel 2012: seconda gara in Malesia e subito un successo, direi che non c'è male.
«No, bene. Il successo è stato possibile anche grazie alla grinta del ragazzo giovane che vuole subito dimostrare di che pasta è fatto. È stata una vittoria sulla fuga (si parla della settima tappa del Tour de Langkawi, in una volata a cinque, n.d.r.), certo non in una corsa di primo livello, però è sempre una corsa tra i professionisti. Quell'affermazione mi ha aiutato molto anche per far capire all'interno della squadra chi ero e cosa potevo fare».

Quindi il 2013, anno della riconferma: che stagione è stata?
«Il 2013 è stato un anno in cui non ho raccolto vittorie ma che mi ha permesso di fare tanta esperienza per la stagione appena terminata. È stato l'anno del mio primo Giro d'Italia, della seconda Milano-Sanremo e di altre belle prove. Ho potuto gareggiare costantemente con corridori di grosso spessore e mi è servito come allenamento, soprattutto mentale, per capire dove migliorare».

Al Giro di quell'anno c'è stata la tappa di Matera: cos'hai provato in quell'ultimo rettilineo?
«Alla fine anche se sei lì per lavorare per i compagni, in quel giorno specifico per tenere davanti il mio capitano Sacha Modolo, una caduta può scompaginare i piani; anche se tu devi fare il tuo lavoro, non è che devi solo eseguire il compitino e poi spostarti, bisogna essere pronto a qualsiasi evenienza. Son caduti praticamente tutti quanti tranne me e Degenkolb, quello sbagliato purtroppo. Mi ha messo nel mirino e mi ha scavalcato ai 150 metri finali; magari con un po' più di concentrazione avrei potuto far meglio e, perché no, conquistare il successo già in quell'occasione».

Il 2014 parte subito bene con la Tirreno-Adriatico: vai in fuga nelle prime due tappe e porti a casa la maglia di miglior scalatore della corsa
«Alla vigilia era l'obiettivo che ci eravamo posti sia io che la squadra: volevamo quello e ci siamo subito riusciti. Poi alla Tirreno sono stato di supporto ai miei capitani e con quella prestazione mi sono guadagnato il posto per fare la Milano-Sanremo e il Giro d'Italia».

Ed è proprio al Giro che consegui la seconda vittoria in carriera, e che vittoria!
«A Rivarolo Canavese è stata una gioia indescrivibile perché un successo al Giro d'Italia, la corsa che tutti noi italiani appassionati di ciclismo sogniamo, è qualcosa di unico. Un sogno. E arrivare a vincere una frazione al secondo Giro d'Italia mi rende molto orgoglioso anche perché, prima di prendere il via da Belfast, dentro mi dicevo di provare a vincere una tappa al Giro: l'anno scorso ci ero andato vicino, quest'anno devo prenderla con merito».

E di Rivarolo Canavese ora sei anche ambasciatore, fatto insolito e che ti ha sorpreso, immagino
«È stato particolarmente bello vincere in una tappa con molte persone a bordo strada e in un comune in cui, dal primo cittadino, Alberto Rostagno, in giù, sono stati molto generosi con me. Mi hanno accolto, mi hanno ospitato e sono onorato che abbiano pensato a me per questo riconoscimento».

Nel 2015 con una nuova squadra, la UnitedHealthcare: come mai?
«La scelta è stata un po' forzata da alcune decisioni: le mie decisioni di voler avere un ruolo più importante in squadra e di poter partire da capitano nelle corse adatte alle mie caratteristiche, nonché la rinnovata motivazione di essere in una nuova formazione, volendo dimostrare di poter vincere anche altrove rispetto alla Bardiani. Inoltre voglio provare a fare il gradino successivo, tentando di migliorarmi soprattutto nelle classiche di un giorno e conquistare buoni risultati in queste prove».

Quali sono state le prime sensazioni con la nuova realtà, visto che sei passato da una squadra-famiglia come la Bardiani a una realtà transnazionale come la UnitedHealthcare?
«Sono due ambienti diversi: la Bardiani è una squadra unica nel panorama ciclistico dato che sia il potere decisionale sulla tattica in corsa che quello sugli altri aspetti è bene o male nelle mani della stessa persona. Nella UnitedHealthcare ognuno ha invece una mansione specifica all'interno dell'organizzazione, con una struttura fatta per durare nel tempo anche con cambiamenti. È una squadra con le idee ben chiare e quest'anno ha deciso di prendere alcuni nuovi corridori anche in vista di un eventuale salto di qualità nel World Tour. Mi sono trovato benissimo da subito, mi hanno accolto molto bene sia i compagni che il personale e sono davvero contento di aver scelto questa squadra. Anzi, per ora non voglio neanche ripensarci, un bel dieci a zero per la scelta che ho fatto».

Intuiamo che la separazione con la Bardiani non sia stata indolore.
«No, non ci sono stati problemi. È solo che avevamo idee diverse: nella squadra in cui sono andato ora c'è la voglia di ambire a qualcosa di più, nella Bardiani invece, pur avendo sempre ottimi corridori, preferiscono puntare ogni volta a rinnovare la formazione. Nel mio caso, ero in scadenza di contratto e la proposta di rinnovo non c'è stata, anche per la volontà di continuare con la loro politica di prendere e far crescere i giovani».

Considerando la forte matrice italiana del team e visto che il roster è di buon livello, credi che sarete voi la wildcard straniera che RCS inviterà al prossimo Giro d'Italia?
«Non sarebbe male disputare ancora una volta il Giro. Ci speriamo, ma la decisione ultima tocca ovviamente a RCS: da buon italiano spero sempre di fare la Corsa Rosa. In ogni caso, nell'eventualità di una mancata partecipazione al Giro, nel programma che abbiamo stabilito col team ci sono comunque corse di buonissimo livello in contemporanea da affrontare per raggiungere buoni risultati».

Hai già una bozza di calendario per la stagione?
«Il debutto avverrà in Argentina, al Tour de San Luis; a febbraio mi sposto negli Emirati Arabi Uniti per il Tour of Dubai per poi dedicarmi agli allenamenti per il resto del mese. Dato che non faremo la Tirreno-Adriatico inizierò marzo disputando delle corse tra Francia e Belgio in preparazione del primo obiettivo dell'anno, la Milano-Sanremo. Subito dopo è la volta del secondo obiettivo di stagione, il Critérium Intérnational in Corsica. In aprile l'attenzione è tutta dedicata alla Freccia del Brabante, alla Freccia Vallone e magari il debutto alla Liegi, la corsa dei miei sogni. Spererei davvero di fare la Doyenne, è la corsa che mi è sempre piaciuta. Ma anche la Freccia Vallone non è niente male, come del resto tutte le grandi corse: basta andare forte, però».

C'è una tappa del Giro 2015 parecchio adatta alle tue caratteristiche ed in cui potresti metterti in luce: è proprio quella casalinga di Vicenza
«Più che mettermi in luce, sono sfrontato e dico anche che avrei anche l'ambizione di vincere, perché alle corse vado sempre con l'idea di provare a vincere. La tappa del Giro d'Italia con l'arrivo a Monte Berico sarebbe uno dei sogni che ho, non starei nella pelle se vincessi una tappa in casa, a Vicenza».

A chi ti ispiri sulle due ruote?
«A nessuno in particolare, mi piace variare. Adesso che sono dentro in gruppo vedo meglio i comportamenti nell'ambito professionale: ed è proprio la professionalità la caratteristica che più mi piace. Vedere che molti corridori di primo piano, nonostante tantissimi successi in carriera, continuano ad allenarsi per perfezionarsi sempre più è un gran insegnamento. Quello che più mi ha impressionato è Fabian Cancellara: è uno che non perde mai l'occasione di allenarsi e migliorarsi pur con tutto quello che ha vinto e con i contratti che ha portato a casa. Uno serio e professionale come lui è solamente da imitare».

E per caso è stato proprio lo svizzero quello che più ti ha impressionato in gruppo?
«Impressionato no, perché quando sei in corsa non devi aver paura degli altri e devi essere pronto a lottare contro di loro. Quelli che impressionano di più sono - perché io non sono uno di loro - gli scalatori per come vanno: in questi anni, quello che ho visto andare di più è stato Vincenzo Nibali. Non lo dico perché sono italiano ma perché non ho visto andare in salita nessuno come lui».

Infine, il 26 dicembre hai spento ventisei candeline ma pur essendo ancora giovane hai comunque alle spalle diversi anni in sella. Qual è il bilancio della tua carriera? E quali sono i desideri per il futuro?
«Il bilancio è senza dubbio buono, sono contento di quello che ho fatto. Limitandomi ai professionisti, ho portato a casa due vittorie singole più una cronometro a squadre (al Giro di Padania 2012), una maglia di miglior scalatore alla Tirreno, che comunque lo considero come un successo. Da adesso mi aspetto di fare due anni al massimo con la UnitedHealthcare, di impegnarmi per raggiungere quanto non ho ottenuto finora. Primo fra tutti il desiderio di fare un buon risultato in qualche classica, con l'obiettivo di entrare magari tra i primi 10 e con l'ambizione di correre sempre per vincere. Già l'anno scorso avevo approntato diversi ritocchi tra posizionamento in bici e allenamento, quest'anno mi sto concentrando molto di più sull'alimentazione e sul recupero. Sono tutti piccoli aspetti che però portano a miglioramenti significativi. A questo si somma anche la maturità che dovrei raggiungere: in questo biennio che mi porterà ai 28 anni di età dovrei raggiungere il top. Ed è questo quello che mi auguro, di saper combinare bene le diverse qualità per andare forte».

Alberto Vigonesi

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