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Caso Pantani: Sempre più luce sui punti oscuri - Procure in azione, tutta da riscrivere la triste fine del Pirata

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Due procure al lavoro sul caso Pantani © it.wikipedia.orgLa potremmo definire nemesi storica. Leggere nelle ultime settimane che le indagini sulla fine sportiva e sulla morte di Marco Pantani sono diventate - da una - due nel giro di un mese, ci ha riportati col pensiero al tempo in cui le procure aprivano fascicoli a getto continuo, ma lo facevano a danno del Pirata, e non animate dalla volontà di far luce su una duplice vicenda che, a distanza di 15 e 10 anni, conserva una miriade di punti oscuri.

Il mood dell'epoca era la ferrea volontà di confermare che Pantani fosse il simbolo dell'indegnità nello sport, e dietro a questo risibile concetto si mossero un po' tutti: addetti ai lavori, stampa, molti tifosi, molti inquirenti. Il dato preso come scontato e assoluto era che Marco fosse marcio, e che simboleggiasse con tale status tutto ciò che di negativo interessava il ciclismo (che a sua volta simboleggiava tutto ciò che di negativo interessava lo sport in generale).

Insomma, Pantani era - eticamente parlando - il peggior rappresentante mondiale del peggiore sport mondiale. Niente male come etichetta, per uno che fino a poco prima era letteralmente nell'Olimpo dell'agonismo.

Nel corso degli anni, in diversi (e in numero via via sempre più consistente) hanno messo in dubbio quanto accaduto a Madonna di Campiglio nel 1999, hanno dubitato fortemente della trasparenza di quel controllo, e di tutta l'architettura che presupponeva al test incriminato. Il sospetto, oggi, è che a smentire (a mezzo stampa ma anche a mezzo procura) tali cassandre non ci fosse solo una sincera convinzione su come si svolsero quei fatti, o anche una sincera antipatia nei confronti del personaggio Pantani; ma anche la necessità, per qualcuno, di coprire le magagne di quel 5 giugno.

La procura di Forlì ha aperto oggi (all'inizio di settembre) un'indagine ipotizzando il reato di associazione per delinquere finalizzata alla truffa e alla frode sportiva. Il procuratore capo Sergio Sottani, coadiuvato dal PM Lucia Spirito e dal pool investigativo coordinato dal maresciallo Diana dei carabinieri, sta perseguendo una pista che in tanti hanno indicato come probabilmente determinante nel corso di questi tre lustri: quella delle scommesse clandestine, della camorra, degli interessi della mala a che il Pirata non vincesse quel Giro del '99.

Tutti noi sappiamo da una vita che Renato Vallanzasca, celebre bandito degli anni '70, rivelò di aver ricevuto una soffiata in carcere secondo la quale Pantani non avrebbe mai vinto quella corsa rosa, perché la camorra aveva "bancato" troppe scommesse (all'epoca vietate dalla legge) sul Pirata, e avrebbe dovuto sborsare miliardi per coprire le perdite in caso di affermazione del romagnolo. In un modo o nell'altro, Marco sarebbe stato fermato; i fatti ci dicono che fu bloccato proprio sul più bello, e nella maniera più spettacolare possibile.

Oggi finalmente gli inquirenti stanno approfondendo questo aspetto della vicenda: Vallanzasca all'epoca non parlò col pm di Trento Bruno Giardina (che indagava sul caso) per paura di ritorsioni della camorra; oggi ha invece deposto (in due interrogatori e per 6 ore complessive), aiutando i magistrati a individuare il soggetto che gli fece la soffiata all'epoca, soggetto su cui proseguiranno ora le indagini.

E l'inchiesta si svilupperà (si sta già sviluppando) anche in un'altra direzione, ovviamente: quella dell'alterazione del test del 5 giugno 1999. Sottani ha già appurato quanto fosse facile manomettere il campione di sangue prelevato da Pantani (a tal proposito, un medico che qualche mese fa in tv dimostrò tale cosa, ha ricevuto minacce anonime: anche su queste la procura di Forlì sta indagando); tutta una serie di prove (ad esempio, il valore basso delle piastrine indicherebbe che quel sangue venne "deplasmato" per arrivare a un valore di ematocrito sopra ai limiti allora previsti) confortano la tesi degli inquirenti, i quali dovranno anche approfondire le modalità di quel controllo, per le quali è già risaputo che ci furono diverse criticità: Pantani non scelse lui la provetta, come era nelle sue facoltà; nessuno si accorse di questa grave violazione (un ricorso della Mercatone Uno, la squadra del Pirata, avrebbe facilmente portato all'invalidazione del test); la provetta addirittura non fu sigillata; le tempistiche della comunicazione del risultato del test furono anomale (stando a quanto ricordava il team manager Giuseppe Martinelli).

Inoltre, c'era già da giorni nell'aria un clima pesante intorno a Pantani, coi commissari UCI (su tutti l'italiano Antonio Coccioni) che avevano già avuto da ridire sul Pirata (per un suo ritardo di 20' ad un controllo nella tappa di Cesenatico): in quell'occasione pare che lo stesso Coccioni avesse minacciato Marco («La prossima volta non te la caverai»), anche se oggi smentisce la circostanza in una lettera alla FCI e a Di Rocco. Sottani e i suoi sentiranno quanto prima anche il medico Michelangelo Partenope, che effettuò fisicamente il controllo avallando una procedura (quella relativa alla scelta - mancata - della provetta) in evidente spregio alle normative previste dai protocolli del CIO.

Non è casuale che tutti questi dubbi trovino finalmente eco proprio ora, perché l'inchiesta aperta a Forlì si incardina su quella aperta poco prima (a fine luglio) dalla procura di Rimini in seguito all'esposto presentato dal nuovo avvocato della famiglia Pantani, Antonio De Rensis. Tale esposto punta l'attenzione sulla morte di Marco, avvenuta il 14 febbraio del 2004 nel Residence Le Rose di Rimini. La tesi di De Rensis, suffragata da una nuova perizia del medico legale affidata al professor Avato, e arricchita da nuove prove presentate in allegato all'esposto, è che Pantani non sia morto per essersi suicidato (volontariamente o meno), ma che sia stato ucciso.

La procura, guidata dal procuratore capo Paolo Giovagnoli (che dirige in prima persona le indagini) ha dato credito a questa tesi, aprendo un fascicolo contro ignoti con l'ipotesi di omicidio volontario. Dopo la pausa agostana, le indagini si stanno dispiegando da un paio di mesi a questa parte, e hanno portato a nuovi interrogatori delle persone informate dei fatti, a una nuova perizia del medico legale (affidata al professor Franco Tagliaro dell'Università di Verona, il quale dovrà confrontare la perizia di Avato con quella fatta a suo tempo dal dottor Fortuni), e a una nuova analisi dei fatti e delle prove.

I punti oscuri che emergono sono molteplici e ci portano a pensare a un accurato lavoro di depistaggio delle indagini all'epoca. In particolare: dalla perizia di Avato, risulta che il cadavere di Pantani sarebbe stato spostato nel pomeriggio (la morte avvenne nella tarda mattinata di quel 14 febbraio, e fu scoperta intorno alle 20.30), che la cocaina che causò il decesso di Marco era in una quantità tale da escludere l'ingestione (ma poteva essere stata sorbita diluita in acqua: sulla "scena del crimine" una bottiglia d'acqua col collo sporco di cocaina non venne mai analizzata!).

Inoltre: l'orologio che Pantani aveva al polso si fermò alle ore 17.05 (per rottura del meccanismo interno: dinamica compatibile con un colpo ricevuto in fase di spostamento del cadavere, e riscontrabile dai segni sul polso del Pirata).

E ancora: perché Michael Mengozzi ("amico" di Pantani) giunse sulla scena del crimine (e gli fu permesso di entrare nell'appartamento, al contrario dei familiari di Marco) prima che la notizia della morte del campione fosse resa di dominio pubblico dalla stampa? Gli inquirenti che l'hanno interrogato come persona informata dei fatti gli hanno chiesto proprio come mai abbia fin qui detto che era stato avvisato del fatto da un'amica che aveva sentito la notizia alla tv.

E Manuela Ronchi, manager del Pirata, a chi consegnò tre giubbotti da sci che avrebbero dovuto essere nell'appartamento milanese di Pantani, e invece furono ritrovati nel residence riminese? (Anche lei è stata già reinterrogata come persona informata dei fatti).

C'è poi un aspetto (inquietante) che riguarda il lavoro della polizia: il video di servizio girato quella sera nell'appartamento copriva un tempo di 3 ore, eppure dura appena 51': chi e perché l'ha tagliato (in sede di riprese o di montaggio, lo scopriranno gli inquirenti di Rimini)? Perché in questo video si intravede (e sente) un poliziotto che rovescia delle posate, e successivamente quelle posate vengono inquadrate sul pavimento, come se fossero state gettate lì da un Pantani supposto (dagli inquirenti di allora) in pieno delirio?

La storia del presunto delirio di Marco è centrale, nelle nuove indagini della magistratura: un testimone parla oggi di un lavandino trovato al centro della stanza (come se fosse stato messo lì dal Pirata "furioso"), eppure di questo lavandino non c'è traccia nel video né tantomeno negli atti ufficiali dell'epoca; atti alquanto insufficienti, visto che non contengono cenni al fatto che i materassi della stanza furono tranciati dagli stessi poliziotti; né tantomeno contengono la testimonianza della vicina di stanza di Pantani, secondo la quale dalla camera del Pirata non giunse alcun rumore (altro che delirio di un "tossico" che mette tutto a soqquadro).

Entro un mese (o poco più, se ci saranno delle proroghe) dovrebbe arrivare l'esito della nuova perizia medico legale svolta da Tagliaro, ma già il materiale attualmente in ballo lascia pensare ai peggiori scenari. Le indagini proseguiranno per il loro corso, alla fine trarremo le conclusioni su quanto emergerà dal lavoro delle procure (e chissà che qualche altra procura non decida di accodarsi a Rimini e Forlì...).

Per il momento - fatto il doveroso riepilogo sullo stato delle cose - l'unica riflessione possibile la vogliamo dedicare a chi in questi anni ha sempre cercato di mettere la sordina alle voci che si levavano per invocare la verità (o quantomeno la sua ricerca) in merito al caso Pantani, e che suggerivano che non potesse non esserci una connessione tra Madonna di Campiglio e Rimini (cosa che oggi viene sancita dal procedere parallelo delle due procure).

Chi dal 2004 chiede che Pantani venga lasciato in pace, intendendo con ciò che non si parli più di tutti i punti oscuri di questa vicenda, viene clamorosamente smentito da questi sviluppi. I quali - per tutta una serie di motivi - potranno anche non concretizzarsi in sentenze fatte e finite, e non configurare un livello di verità giuridica comprovato e condiviso generalmente; ma contribuiranno senz'altro a comporre quella verità storica altrettanto importante, quella che i tanti "io so" (per stare con Pasolini) da un decennio urlano nel dileggio degli inossidabili difensori delle versioni ufficiali (e di comodo).

Ricordiamo a costoro (ai Marco Travaglio di turno, ma anche a tutti quei giornalisti di ciclismo che non stanno perdendo occasione di ricordarci che Pantani faceva parte di un sistema a tutto doping) che in discussione oggi non c'è il fatto che il Pirata facesse o meno uso di sostanze dopanti. C'è ben altro: non accorgersene, non volersene accorgere contro ogni evidenza, è nient'altro che una piccineria.

Marco Grassi

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