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DéTour 2014: Viva il (numero) Rosso di Buja! - Ode a De Marchi e ai combattivi della Grande Boucle

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Alessandro De Marchi © BettiniphotoNella storia velocipedistica italiana ci sono stati dei Tour de France in cui la nostra partecipazione è stata numericamente così scarsa e al tempo stesso qualitativamente non così eccelsa, da non poter nemmeno lontanamente immaginare di essere protagonisti in gara. Visto che di vincere tappe o far classifica, in quegli anni (è successo anche recentissimamente), era fuori dalla nostra portata, la speranza di chi doveva offrire un servizio giornalistico sulla corsa transalpina era che qualcuno dei nostri, almeno a giorni alterni, riuscisse quantomeno a entrare in una fuga, così da poter dedicare un titoletto anche al coraggioso di turno.

Suona quindi strano il fatto che in questo Tour 2014 le cose siano talmente rovesciate da spingere lontano dal centro delle attenzioni mediatiche un bellissimo attacco come quello condotto ieri da Alessandro De Marchi. Andato in fuga al mattino con altri buoni corridori (compresi i connazionali Giovanni Visconti e Daniel Oss), e rimasto l'ultimo superstite della fuga, ripreso dal gruppo dei migliori a poco meno di 14 km dalla vetta di Chamrousse dopo aver superato in maniera brillantissima il Col de Palaquit.

Una prestazione di livello non certo non abituale per il corridore della Cannondale, che l'anno scorso vinse a Risoul una tappa del Criterium del Delfinato, proprio al termine di una fuga da lontano (e guardacaso oggi si arriva proprio a Risoul, ma il ragazzo si sarà esaurito fisicamente ieri, quindi non aspettiamoci bis di sorta*). Gran lavoratore (in questi giorni è spesso utilizzato a fondo a beneficio di Sagan), nato a San Daniele del Friuli ma soprannominato "Rosso di Buja", per via del colore dei suoi capelli e della località in cui vive (sempre dalle parti di Udine), De Marchi è stato recuperato al professionismo che era già grandicello. Fu Gianni Savio a dargli una chance nell'Androni, quando il ragazzo andava per i 25 e aveva già consumato 6 stagioni tra i dilettanti. Ben disimpegnatosi nel team piemontese, Alessandro è poi approdato al World Tour con la Cannondale lo scorso anno, fino a ritagliarsi un ruolo di primo piano tra gli uomini squadra (sì, insomma, quelli che lavorano per il prossimo e solo di rado hanno campo libero per sé).

Al momento, con la Cannondale prossima a chiudere i battenti, il Rosso friulano è tra i più ambiti oggetti del ciclomercato, se escludiamo ovviamente i pochissimi pezzi grossi disponibili o almeno lusingabili (il suo capitano Sagan è ovviamente fra questi). Non avrà, il bravissimo De Marchi, il problema di chiedersi se tornerà a disputare un Tour de France, visto che con molta probabilità ciò avverrà (per lui quella in corso è la seconda Boucle consecutiva).

A differenza sua, invece, sono tanti quelli per i quali la presenza al Tour avrà il sapore dell'occasione unica. Corridori di squadre di secondo piano che magari non avranno un invito l'anno prossimo; o atleti di passaggio in team di primo livello, la cui carriera prende poi vie alternative e ti saluto Boucle. A questi corridori che per un giorno si siedono al tavolo dei grandi non ci si pensa troppo, visto che normalmente l'attenzione è tutta attratta dai grossi calibri e dalle loro vicende, ma è giusto ogni tanto soffermarsi a pensare a quanto anche una semplice fughetta che non lascia tracce nella corsa diventerà per qualcuno uno dei momenti centrali di un'intera esistenza.

Corridori che non sono Nibali, che magari hanno pure vinto qualche corsetta di poca importanza ma che al Tour sono delle semplici comparse, avranno delle storie mirabolanti da raccontare un giorno ai nipotini, se solo saranno riusciti a centrare una di queste fughe da Boucle: e nelle loro narrazioni, la tappa in cui sono andati all'attacco - può essere pure la più insignificante delle 21 - diventerà quella decisiva per le sorti della corsa gialla. "Eravamo io, un passistone olandese, uno scansafatiche tedesco che saltava un cambio su due, uno spagnolo coi capelli lunghi..." e via aggiungendo particolari sempre più caratterizzati, tanto tra qualche decennio chi andrà mai a controllare l'effettiva composizione di quella mitica fuga?

"Vennero a riprenderci a 200 metri dall'arrivo" - anche se nella realtà mancavano 25 km alla fine, ma vedi sopra: chi controlla questi dettagli? - "e solo perché due o tre squadroni si erano coalizzati come mai prima"... E la conclusione, inevitabile, sarà "guarda, ci sono andato a tanto così dal vincere una tappa al Tour de France!", con prevedibilissima postilla, "e non era mica facile come oggi, in quel Tour c'erano campioni come Nibali, Valverde, Pinot, e fu una corsa talmente dura che i favoriti addirittura si ritirarono nei primi giorni".

Qualcuno di questi fortunati narratori di vicende ciclistiche volontariamente colorate d'epica avrà poi l'ulteriore gaudio di poter tirar fuori da un cassetto uno sgualcito numero rosso da esibire agli allocchiti nipotini: "Guarda e sbalordisci, questo me lo diedero perché quel giorno fui il più combattivo della corsa". Una classifica - quella della combattività - che di fatto non esiste, visto che quotidianamente viene premiato un corridore indicato da una giuria di esperti (ne abbiamo già accennato, visto che quest'anno in quella giuria c'è pure la pluricitata Marion Rousse), ma che poi non si stila una graduatoria tra i vari combattivi; al massimo si può sperare di conquistare più di un numero rosso nel corso delle tre settimane di gara.

Una consolazione che spesso va a premiare chi s'è impegnato tanto ma alla fine non ha raccolto risultati. Però poi senti le parole di Alessandro De Marchi (non il tourista di passaggio tratteggiato appena sopra, quindi, ma un corridore di riconosciuto e duraturo valore), «ma sì, va bene così, questo numero rosso vale tanto e mi fa piacere averlo conquistato oggi, ci riproverò», e capisci che in una gara come il Tour ognuno ha un proprio personale obiettivo per il quale battagliare e lottare con degli avversari. Nulla è scontato, nulla è facile, e tutto è pronto a diventare feticcio per cui spendersi (il numero rosso è un'introduzione recente della Boucle).

E allora, visto che troppo spesso non ci si sofferma a dare il giusto peso, il giusto valore anche agli sforzi dei comprimari, a mo' di sanatoria tutti insieme urliamo: Viva De Marchi! Viva i corridori da numero rosso! Viva i combattivi! Quelli che rendono movimentata la corsa anche quando sarebbe tecnicamente impossibile... o apparentemente inutile!

 

* Edit: E invece il Rosso di Buja ci ha smentiti ed è andato in fuga anche nella tappa di Risoul!

Marco Grassi

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