Tour de France 2010: Van den Broeck, speranza belga - Alla scoperta del 5° in classifica
Versione stampabileChi è questo ragazzone belga che per poco non lascia al vento la maglia gialla sulle rampe della salita di Mende e ora guarda parecchia gente dall'alto della sua quinta piazza in generale?
Jurgen Van den Broeck si è rivelato al grande pubblico nel Giro d'Italia di Alberto Contador e da subito - aveva 25 anni - fu chiaro che il belga era uno di talento, tagliato per i grandi giri. Primo colpo nella crono di Urbino, conclusa in 13esima posizione, quasi un minuto prima di due favoriti di quell'edizione, come Pellizotti e Di Luca. Solito passistone belga che azzecca la giornata buona e il piazzamento discreto. Niente di più sbagliato. Il giorno dopo, sotto un violento acquazzone, provano a far saltare la corsa sul Carpegna, Riccò e Di Luca in primis. E tra i più pimpanti a rispondere a quegli attacchi c'è ancora lui, Jurgen Van den Broeck.
E da allora gli addetti ai lavori se lo sono segnati ben benino questo nome, perché trovare un belga che sia papabile per vincere (o quanto meno fare una buona classifica) in un GT è merce rarissima, nonostante quel piccolo staterello sia considerato quasi all'unanimità il cuore pulsante del ciclismo europeo e abbia sfornato il più forte ciclista di tutti i tempi, Eddy Merckx.
Dopo l'ultimo successo del Cannibale in Francia, datato 1974, il solo Van Impe, due anni dopo riusci nell'impresa di far gioire il popolo belga per un successo alla Grande Boucle, e fu sempre lui, nell'81 a conquistare l'ultimo podio. Poi più nulla, se non qualche briciola con Criquelion, con Bruyneel, ma senza mai dare l'impressione di poter avvicinarsi al podio di Parigi, mentre i vicini lussemburghesi proprio in questi anni stanno trovando uno dei massimi interpreti di quella corsa. Uno smacco in grande stile, se pensiamo che anche l'Olanda, che in teoria a salite è messa pure peggio, ha un Gesink in rampa di lancio, che di qui a qualche anno su quel podio potrebbe salirci, eccome. Non si tratta di percorsi, quindi, ma di mentalità provinciale, come a dire, noi abbiamo il pavé e ci accontentiamo di fare il bello e il cattivo tempo sulle pietre - che poi vallo a raccontare a Cancellara - al Tour ci penseremo, prima o poi.
A questo punto comprendiamo come quel Giro 2008 tenne col fiato sospeso un intero popolo che fa del ciclismo la propria ragione di vita. Sarà questo il cavallo su cui puntare? Jurgen, dal canto suo, il Giro lo finì in crescendo, sempre con i migliori o poco lontano da loro, e concluse al settimo posto, con tanto di vaffa - all'arrivo di Tirano - a Pozzovivo, reo di averlo ostacolato negli ultimi metri. Grandi gambe e grande personalità per questo giovanotto, può essere il Messia che aspettiamo da trenta e più anni.
La stagione successiva non li ha aiutati a fugare i dubbi, perché Jurgen s'è trovato in casa Cadel Evans e del futuro campione del mondo avrebbe dovuto essere il gregario più fidato sulle strade francesi. Fatto sta che l'australiano s'è trovato gambe all'aria nel finale della corsa e per il belga era troppo tardi per far migliorare una striminzita top-15.
A tutti gli effetti, per Van den Broeck è questa la stagione della verità. Partito Evans per altri lidi, l'Omega Pharma ha puntato forte sul corridore di casa e lo ha investito della responsabilità di far classifica e fino a Mende i fatti han parlato chiaro, il podio è lì, a meno di un minuto, tutto può accadere sui Pirenei. La pressione sarà alta e servirà anche a misurare le spalle di questo ragazzotto le cui sorti tengono in ansia un intero paese.