Tour de France 2010: «When it rains, it pours...» - 11'45" all'arrivo per Lance Armstrong
Parlando di Tour de France, non si parlerà d'altro. E il giorno di riposo, piazzato stategicamente domani a cavallo dei due tapponi alpini, non farà che trasformarsi in cassa di risonanza per la notizia del giorno.
Va bene Andy e la sua prima tappa al Tour de France, bravo Evans e la sua maglia di campione del mondo che sarà nascosta dal giallo del primato; ok tutto, ma il ko di Armstrong è la notizia che prima abbiamo definito del giorno, ma che in realtà facciamo fatica persino a contestualizzare: del giorno? Del mese? Dell'anno? O addirittura del decennio?
11'45".
Il distacco del texano da Scheck junior in cima ad Avoriaz non ammette repliche, né discussioni. È un distacco da bambola incredibile, un distacco iniziato a maturare a 38 km dal traguardo, quindi ben prima dall'ultima salita. Il Col de la Ramaz passerà alla storia perché «nell'8a tappa dell'edizione 2010, il sette volte vincitore del Tour de France, l'americano Lance Armstrong, abdicò, ponendo fine al suo regno». Questo reciteranno i libri di storia.
E dire che fin lì non era successo praticamente niente: tre corridori in fuga, la Quick Step che controlla la situazione più per onor di firma che per effettiva intenzione di tenere la maglia gialla con Chavanel e la Sky di Wiggins (altro sconfitto di oggi) che, iniziata la prima salita di prima categoria della Grande Boucle 2010, fa il ritmo. Dopo Cunego, Nocentini ed altri corridori - giunti comunque in Francia senza apparenti ambizioni di classifica - si stacca Armstrong.
È una scena nuova. Che va vissuta e capita. Armstrong non è nel gruppo dei migliori al Tour de France. La mente torna a tre lustri fa, all'Armstrong proveniente dal triathlon e campione del mondo sotto il nubrifragio di Oslo, in Norvegia, nel 1993, stesso anno in cui si aggiudicò la prima tappa al Tour, a Verdun. I ricordi rimbalzano al corridore che conoscevamo prima del tumore. In salita: uno dei tanti. Il 36esimo posto del 1995 e i tre ritiri collezionati nel 1993-94 e '96 sono lì a confermarlo. La seconda tappa vinta al Tour, difatti, è del 1995, in fuga, con la dedica emozionante e commovente verso l'amico-compagno Fabio Casartelli.
Il tumore ai testicoli dell'ottobre '96 e il ritorno - col 4° posto - alla Vuelta a España del 1998 fanno parte di un'altra storia, così come tutte le voci, le prove e provette, le confessioni, i libri, le trasformazioni, le "donazioni" all'UCI e tutto quanto attiene alla sfera del "non chiaro" nell'arco della carriera del texano.
La storia di oggi è un'altra. La storia di oggi è quella di un corridore che rimane invischiato in una caduta (pur senza cadere) già al km 6, poi cade affrontando una rotonda (forse per colpa di un corridore che lo precede, ma comunque nelle posizioni di rincalzo del gruppo) pochi chilometri prima del Col de la Ramaz, con l'inseguimento del suo Team RadioShack che si completa in pratica ai piedi della salita, e poi quasi cade di nuovo, stavolta per colpa di Velasco, che in salita manca un sacchetto da un massaggiatore Euskaltel e porta in terra tre corridori, con Lance che resta per pochissimo in piedi. Il corridore che evitava Beloki in discesa, scegliendo la via dei campi piuttosto che rischiare di toccare i freni, è praticamente un ricordo, ma quello probabilmente lo si era già capito alla Vuelta Castilla y León di un anno fa (clavicola rotta in pianura e rischio di saltare il Giro d'Italia).
È un classe '71, Armstrong, e a quasi 39 anni (li compirà il 18 settembre) sa che non è semplice battagliare contro ragazzi di dieci o quindici anni più giovani. Lo scorso anno, dopo il rientro, ci provò col terrorismo psicologico, all'interno dell'Astana, per scardinare le certezze di Contador. Appurata la scorza del madrileno, quest'anno il progetto autoctono e autonomo: si torna sotto la bandiera stars&stripes, basta col Kazakistan. Anche, e soprattutto, per il futuro. Dietro la scrivania (più che in ammiraglia). Ad inizio luglio, su Twitter, l'annuncio: «Sarà il mio ultimo Tour» (ma lo disse, pur senza social network, anche nel 2005).
Armstrong abdica, dunque, a 38 km dall'arrivo di Avoriaz. Una nottata particolare, per Lance, che prima mai aveva mostrato il fianco agli avversari ed invece, a poche ore dal primo vero tappone alpino, dichiara apertamente che ha problemi al soprasella. Una volta, i bluff li faceva in corsa; con Ullrich, soprattutto, riuscivano una meraviglia. Fingere di non passare una bella giornata, far lavorare gli altri e poi... scatto secco a prendersi tappa e maglia gialla. Il canovaccio non era frequente, ma neanche troppo raro.
Amstrong a 11'45", dunque, ma Armstrong all'arrivo. Con dignità ed onore. Forse tarpando eccessivamente le ali al giovane Brajkovic, che poteva tentare di restare con Leipheimer in luogo di Klöden, o comunque in aggiunta, visto che il coscritto Horner poteva essere una compagnia più che sufficiente per la resa.
Giovani che obbediscono, e giovani che osano. Tra i primi quattro della tappa di oggi, troviamo tre pretendenti per la maglia bianca. Andy Schleck primo, Gesink terzo e Kreuziger quarto. Un '85 e due '86 nel giorno di un evidente passaggio di consegne, nonostante la maglia gialla finisca per 20" ad Evans.
La notte porterà consiglio ad Armstrong: «Quando piove diluvia, mi pare. Oggi non era il mio giorno e non c'è bisogno di dirlo. Sono abbastanza sbattuto, ma rimarrò qui e proverò a godermi queste ultime due settimane». Il commento delle 18:43 del texano sul solito Twitter è scarno, ma concreto.
Conosciamo Lance Armstrong, abbiamo imparato a conoscerlo lungo questi vent'anni, in pratica. Cercherà l'uscita ad effetto, il colpo di scena. Niente di clamoroso, nessuna fuga disperata dal mattino per tentare di sbancare il Tour da lontano; ma uno, due, tre tentativi per vincere una tappa, per fare qualcosa di importante.
I diluvi, come la pioggia, prima o poi finiscono. Come tutto.