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Kazaki e kabuki

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La domenica della Liegi ci lascia in eredità un bel po' di riflessioni da sviluppare. Alcune cose le possiamo dire perché Alexandre Vinokourov è talmente un ciclista popolare tra gli appassionati, da permettere che si possa ragionare sul suo percorso senza la fastidiosa interferenza della radicata antipatia personale che muove tanti nei confronti (tanto per fare un nome a caso) di un Riccò.

L'ultimo triennio è stato quello della cosiddetta lotta senza quartiere al doping, una lotta che ha lasciato sul campo parecchie vittime, e il caso del kazako è stato uno dei più eclatanti: buttato fuori da un Tour che aveva infiammato (2007), rimasto ai box per 2 anni, poi diventati 1 per graziosa intercessione del governo del suo paese, poi tornati 2 per la giusta (in questo caso) rigidità dell'Uci. Fatto sta che Alex è tornato in gara a fine 2009, e come scrivevamo anche ieri, non eravamo così convinti che nel giro di pochi mesi potesse tornare ad essere uno dei protagonisti principali del ciclismo. Ci ha stupiti.

Che Vino sia un grande atleta è fuori discussione; che abbia una tenacia e un coraggio fuori dal comune, lo sanno tutti; e finisce così che in un ciclismo che a tratti boccheggia sul fronte spettacolo, questo campione di 36 anni e mezzo torni a rivelarsi un toccasana per il movimento. Un movimento che, se ha potuto privarsi a cuor leggero per due anni di un simile individuo, o scoppia di salute, oppure è allo sbando. Ai lettori l'ardua sentenza. Scoppia di salute, il ciclismo, e quindi l'assenza di un Vinokourov nemmeno si nota? Oppure è allo sbando, vittima di meccanismi autoinnescati che lo scavano al suo interno, impoverendolo di contenuti e risorse?

Il tarlo che ci rode è che c'è la possibilità (ognuno valuti il grado di probabilità che sia vera) che la morìa di campioni voluta in questi anni dall'Uci (e chi per essa) sia fondamentalmente inutile, nella dialettica doping-antidoping in atto: come in una gara ciclistica, c'è chi è in fuga e chi insegue, e quello che insegue (l'antidoping) a volte recupera un po' di terreno, ma sempre secondo arriverà. Intanto, per arrivare sempre e comunque secondo, inizia a mutilare la bici dell'avversario, gli butta via le borracce, poi smonta il cambio, poi toglie i freni, poi lo priva della ruota anteriore... In ogni caso, il fuggitivo trova sempre il modo di sostituire in corsa questo o quel pezzo.

Stiamo assistendo a delle situazioni parecchio discutibili, perché siano parte del ciclismo pulito del terzo millennio. Fra qualche anno avremo le idee più chiare, qualcuno avrà parlato, spiegato nel frattempo, e noi diremo «ah, ecco perché succedeva questo e quello!». I più attenti sono già ora in allerta, comunque. Attendonsi sviluppi, prima o poi: e il loop ripartirà.

Quello che invece fatica a ripartire è il ciclismo italiano. Il quale esce con le ossa rotte dalla primavera delle classiche. I nostri uomini veloci non sono più quelli di qualche anno fa, e pagano dazio alla Sanremo. Le punte del pavè non sono che un paio, e se uno è preso da problemi fisici e di club (Ballan), e l'altro dalle solite amnesie (Pozzato), nelle prove fiamminghe si finisce a bocca asciutta. Sul versante Vallonia non va meglio: se Cunego deve veder verificate determinate coincidenze astrali per fare una bella corsa (e capita di rado), se Nibali ha dimostrato di non essere ancora uomo da corse in linea, se il nostro ideale terzo uomo manco prende il via (Scarponi), se il vecchio Garzelli risulta alla fine il più in palla (ma è solo 18esimo ad Ans), è chiaro che pure sulle Ardenne si finisce parecchio puniti.

Che il pedale italico abbia perso per strada parecchi suoi protagonisti è un dato di fatto. Ritirato Bettini, fermi ai box Di Luca e Rebellin, lasciato a bagnomaria il neorientrato Riccò, è chiaro che la rosa dei papabili a qualche buon risultato si riduce parecchio. Però, occhio: quando citiamo Bettini, Di Luca e Rebellin, parliamo comunque di corridori ben più che esperti. Stagionati, verrebbe da dire. Ora, non che un corridore in là con gli anni non possa centrare qualche risultato eclatante (Vino è lì a dimostrarlo); ma la salute di un movimento non si testa su pochi exploit estemporanei.

Quel che manca, parrebbe, è un po' di sano ricambio. L'Italia esprime appena due squadre nel Pro Tour, una delle quali ha piuttosto l'aria di una Professional, mentre l'altra ha le sue assicurazioni sul futuro intestate, Nibali a parte (e aspettando Oss), a corridori stranieri (Kreuziger, Sagan). Sempre meno corridori italiani hanno la possibilità di svolgere regolarmente una stagione internazionale, e ciò si paga, in termini di esperienza e di attitudine a determinate gare. Se un Marcato deve emigrare in una squadretta belga per fare le corse a cui più si sente adatto, se di un Franzoi (altro emigrato nelle Fiandre) si sono perse le tracce per quanto riguarda il ciclismo su strada, se non c'è stato un team italiano in grado di garantire un ingaggio decente a un Ballan, non possiamo stupirci che poi i risultati, a valle, siano questi.

Sarà colpa della crisi economica (ma non lo è, questo è solo un alibi troppo facile), ma i team italiani scompaiono al confronto con alcune corazzate nord-europee o americane. Il confronto tra un Team HTC e una Lampre è impietoso. Le Cervélo, le Sky, le Saxo, pure le Rabobank, pure le RadioShack, da noi ce le sogniamo, ma siccome le sognavamo già prima, evidentemente la particolarità del ciclismo italiano non è tanto il fatto che ora circolino pochi soldi (perché poi se ne trovano un botto per finanziare questo o quel Mondiale, questa o quella candidatura), quanto il fatto che questi soldi vengano gestiti sempre alla stessa maniera, da decenni, e possibilmente dagli stessi personaggi.

Paradossalmente, ci vorrebbe una Mapei, non nel senso della tendenza squinziana a spadroneggiare, quanto come organizzazione di un team. Quante squadre italiane avevano un ufficio stampa, prima della Mapei? Non è che un esempio di quanto sia necessaria l'innovazione a livello dirigenziale, per portare nuove idee e anche nuovi contenuti. Per ricominciare a vedere i nostri correre dappertutto per diritto e non per pietosa concessione di questo o quell'organizzatore. La Federazione, in tutto ciò, brilla per assenza. Manca un coordinamento, il manico è debole; tanto tra due settimane c'è il Giro, e tutti saranno rosa e contenti; e magari nel 2013 riavremo i Mondiali (a Firenze), e tutti saranno d'iride e contenti. Insomma, un teatrino kabuki, di quelli incomprensibili agli occhi di chi guarda. Per le politiche di sviluppo del movimento, pregasi ripassare: finché la barca va, non c'è ragione di preoccuparsi dei nuvoloni ben palesi all'orizzonte.

Marco Grassi

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