Shine on you lost diamond - Frank Vandenbroucke è morto
Versione stampabileIl popolare ciclista belga è stato trovato senza vita in una stanza d'albergo in Senegal, dove era in vacanza. All'origine del decesso pare esserci un'embolia. VDB non aveva ancora 35 anni.
Lo aspettavamo, annunciatissimo da mille passaparola, quando ancora internet non ci aveva messi in connessione col ciclismo di tutto il mondo, in quello scorcio di metà anni '90. Frank Vandenbroucke era atteso come un nuovo Copernico, come un campione in grado di sovvertire ogni ordine precostituito, come l'uomo che avrebbe rimesso in cima al mondo del pedale il Belgio. Quel Belgio che oggi vive il suo lutto nazionale, e piange la scomparsa maledettamente prematura del suo fragile pupillo.
Frank VDB, la sigla per far prima, aveva una popolarità che non si spiega con le sue (a voler fare i contabili) poche vittorie. Che non si spiega se non con la luce particolare e straordinaria che emanano gli occhi di chi ha dentro non soltanto il riflesso del mondo che lo circonda, ma un universo che si manifesta solo parzialmente, solo incidentalmente attraverso la vita quotidiana, la professione, i pur esaltanti momenti di trionfo.
Quei momenti che sono riassumibili in fondo in una Liegi-Bastogne-Liegi, vinta sì alla grande (pochi giorni dopo un secondo posto al Fiandre, un anno dopo la vittoria nella Gand e il secondo posto alla Freccia: come dire che per lui fossero classiche fiamminghe o valloni, non faceva differenza, fossero muri o côtes, li avrebbe ugualmente piegati al suo volere), nel 1999, ma rimasta l'unico monumento di una carriera che - all'epoca Frank aveva 24 anni - avrebbe dovuto essere tutta diversa.
Avrebbe dovuto forse svolgersi secondo quanto lasciato intravedere alla Vuelta di quello stesso anno, quando VDB vinse due tappe e in una, sul Puerto de Navalmoral, sparpagliò a ogni angolo i resti di un gruppo fustigato dalla sua andatura insostenibile. O secondo quanto dimostrato al Mondiale di Verona, quando era platealmente il più forte di tutti, e nonostante una caduta e un polso fratturato si giocò quell'iride fino alla fine.
Invece di lì a poco iniziarono i problemi, e come sempre a chi è in alto, anche se non colpevole quanto altri soggetti, non si perdona nulla, e a Frank nessun peccato fu rimesso. Dall'altare alla polvere il passo è sempre di sorprendente rapidità. Dieci anni di cadute e ricadute, di rientri annunciati e smentiti dai fatti, un tentativo dietro l'altro di (ri)trovare un suo spazio nel ciclismo, una casacca all'anno, alla ricerca del posto giusto.
Ora tutti diranno che si poteva fare qualcosa, che si doveva fare qualcosa. Ora partiranno in automatico certi paralleli (la morte in una stanza d'albergo li richiamerà inesorabilmente). Inutili, perché ognuno vive la propria storia e ogni storia è diversa, è a se stante e non siamo un codice binario, non siamo una crittografia, a numero uguale non necessariamente corrisponde lettera uguale.
Il ciclismo perde un altro dei suoi personaggi; quel ciclismo, quello che era tornato a radunare le masse, nella seconda metà degli anni '90, è ancora più lontano stanotte. Non ci ricordiamo neanche com'era, abbiamo perduto la memoria emotiva di quei momenti, questa è la triste, malinconica verità.