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Quanto sta godendo? - Di Luca tra il Giro vinto e il futuro

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Può un uomo soprannominato Killer avere dei sogni? No, improponibile come idea. E può quello stesso uomo, sempre il Killer, emozionarsi e giocare come un bambino con il suo giocattolo nuovo? Sbagliato, la risposta è sì.
Proprio così, sembrava un bimbo ipnotizzato dalla novità Danilo, guardando fisso davanti a sé il trofeo dorato a spirale. Ci gioca, lo fa molleggiare, lo ruota e legge tutti i nomi dei suoi predecessori. Per ultimo, finalmente, c'è il suo. Danilo Di Luca, ci avrebbe giurato, ne era sicuro. Lui e pochi altri, la maggioranza non gli dava credito, ma l'abruzzese li ha smentiti tutti, tutti messi a tacere e quando vinci un Giro d'Italia, hai per forza ragione tu. Tutto il resto sta a zero, sono chiacchiere, aria fritta.
Lo sguardo è quello duro, determinato di sempre, quando si presenta in conferenza stampa, nemmeno un'ora dopo la consacrazione. Quello sguardo che gli è valso l'appellativo, peraltro incredibilmente azzeccato, di "Killer". Lo stesso che poche decine di minuti prima, sul podio di corso Venezia, era diventato lucido dall'emozione, dalla gioia d'aver mostrato al mondo che lui, Danilo, sì, proprio il Danilo abile cacciatore di classiche, ma non competitivo nelle corse di tre settimane, il Giro 2007 se l'è messo in tasca con sicurezza. Basso o non Basso, salite o non salite, crono o non crono. La rosa di Milano è sua, è questo quel che conta. Il gradino più alto del podio, nulla più.
I compagni sono lì sotto il palco, lo acclamano; manca Wegelius, fermato dalla febbre a poche tappe da Milano, ma i restanti sette ci sono tutti: Gasparotto, Noè, Nibali, Miholjevic, Vanotti, Pellizotti e Spezialetti. Il loro applauso è tutto per il capitano, Di Luca per tutta risposta li annaffia con lo spumante che spetta al vincitore. Poi cede loro la bottiglia e si abbandona al caldo applauso del pubblico milanese. Si avvicina a bordo palco, apre le braccia, chiude gli occhi e... gode. È in estasi, si capisce.
«Questo è il giorno più bello della mia carriera, più bello ancora che la Liegi. Per un italiano il Giro è qualcosa di speciale; non esiste corsa come questa». Il Giro lo ha nel cuore, non lo nega, «è la corsa che sognavo di vincere da quando sono salito in bicicletta, da quando, a otto anni, ho vinto la mia prima gara. Tutti mi applaudivano, mi portarono alla premiazione sulle spalle. A me tremavano le gambe». E siamo sicuri che anche oggi sul podio tremassero le gambe a Danilo. Confessa che non vedeva l'ora di arrivare a Milano. Per tutta la giornata gli è passata davanti agli occhi la carriera, i momenti belli e quelli brutti. «Pensi alla gente che è lì sulla strada ad incitare proprio te, pensi che entrato nel circuito finale ce ne sarà ancora di più e poi... poi c'è la festa più bella, quella definitiva. Ci sono voluti 185 km per raggiungerla. 185 km unici, indimenticabili».
Il giro appena conquistato però non ci nega la possibilità di poter raccontare il vero Di Luca, atleta ormai maturo e più che mai grintoso: la vittoria lo gasa, lo soddisfa, certo, ma il pensiero di un Killer è sempre proiettato al futuro, suo e dell'intero movimento. «Ora, si apre una stagione nuova per il ciclismo. Era da tempo che non si vedeva tanta gente sulle strade. Non voglio dire che siamo ritornati ai tempi di Pantani, però poco ci manca, questo sport è di nuovo amato dalla gente, e sono sicuro che lo sarà per sempre». Poi si torna a pensare a se stessi, come è giusto che sia per un atleta che ha vinto tanto, ma qualche sassolino vorrebbe ancora toglierselo dalle scarpe. E qui l'orgoglio e la determinazione dell'uomo Di Luca si fanno protagonisti.
Abbiamo detto orgoglio, non fantasia. Danilo non ha sogni; Danilo ha obbiettivi, chiari, chiarissimi, uno su tutti. Si chiama Mondiale, ti regala una maglia iridata da indossare per un anno intero. «So che il percorso di Stoccarda non è propriamente adatto alle mie caratteristiche, ma andrò a vederlo lo stesso, e punto a vincere il titolo», non certo dichiarazioni da comprimario. Ma in fondo è così che ci piacciono i corridori: decisi, concentrati sull'obbiettivo. Nello sport i sognatori molte volte rimangono delusi, ma Danilo non è un sognatore, ormai lo sappiamo. Nella foga, nell'esaltazione del momento, spunta fuori anche un altro nome altisonante, una parola che ha lo stesso significato della corsa che ha appena portato a casa, ma pronuncia più dolce e sensuale. Già, Tour, non suona in modo tremendamente provocante? Sicuramente sì per Danilo, anche se sa che «il Tour è molto difficile vista la presenza delle cronometro molto piatte e più lunghe rispetto a queste del Giro, però prima o poi ci tornerò. Statene certi; ci provo!».
Si sarà ormai reso conto di aver finalmente coronato il proprio sogno, avrà riletto gli articoli a lui dedicati lunedì mattina, come confessa di fare dopo ogni corsa che vince, o in cui fa bene. Speriamo, anzi, siamo sicuri che leggerà anche questo, e sfodererà quel suo ghigno che tanto ci piace. Avrà smaltito la sbornia di gioia, avrà trovato una mensola adatta al trofeo del Giro, lo guarderà e ci si soffermerà a lungo ogni qual volta ci passerà davanti. Chissà se penserà ai 3486 chilometri percorsi fra Caprera e Milano, oppure a quelli che ha davanti a sé, prima di coronare un altro sogno. Sì, siete attenti, avete ragione, volevamo dire obbiettivo, perché Danilo non sogna, ma come un vero Killer punta la sua preda, ci si avvicina con circospezione e la fa sua. Magari la prima volta va a vuoto, ma la Liegi e il Giro 2007 ci insegnano che quando l'abruzzese si mette in testa qualcosa, ci prova e ci riprova, fino a quando l'obbiettivo non è raggiunto. Obbiettivo appunto, e i prossimi sono già fissati. Tutti avvisati dunque, perché Danilo non ha sogni.

Eugenio Vittone

 

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