Che triste domenica - Gálvez cade in pista e muore
Versione stampabileRestano sempre meno parole da poter cercare e scrivere quando un corridore ci lascia. Che vuoi fare? Un coccodrillo prestampato a cui cambiare, di volta in volta, il nome del disgraziato? Il ciclismo, lo sport di fatica e sofferenza per eccellenza, continua a pagare un dazio troppo alto agli incidenti in gara e in allenamento. Non è questione di dire "a chi è toccato stavolta?". Il problema è che il più delle volte si ringrazia il proprio dio per come è andata, perché ci si è salvati, perché dalle fratture si guarisce, e si può tornare a correre.
È incredibile che in uno sport in cui si è esposti a pericoli continui, alla guida di un mezzo di pochi grammi e centimetri cubi, a velocità folli, su strade malsicure, e - nelle gare minori - aperte anche al traffico, si continuino a spendere milioni di euro e fiumi, fiumane di parole sul doping, e poi si faccia così poco per tutelare nell'immediato la salute dei corridori mentre fanno il loro lavoro. L'unica misura che si sia riusciti a imporre è stata l'uso del casco, e solo da 4 anni, e solo in seguito all'ennesima tragica morte (Kivilev alla Parigi-Nizza).
La ricerca procede (forse) nel campo dell'antidoping, ma è ferma al Giurassico in quello della sicurezza in bici. Ogni anno decine di corridori si fratturano le clavicole, eppure non è venuto in mente a nessuno di creare delle placche in carbonio, per esempio (tanto per usare un materiale leggerissimo) da applicare sotto la maglia. O sulle gambe, a protezione degli "arnesi da lavoro" del ciclista. O dietro la schiena. O di usare dei caschi maggiormente protettivi, per esempio con un coprimandibola (trasparente, al limite).
Ma si potrebbe opporre che così i corridori protesterebbero, perché sarebbero più impediti nei movimenti, e magari anche meno riconoscibili. Ma protestarono anche per l'obbligo del casco, eppure oggi nessuno si lamenta più. I corridori sono quelli che accettano qualsiasi cosa (a parte il test sul DNA, forse), che mandano all'Uci sms dalle Maldive perché devono sempre essere reperibili per eventuali controlli a sorpresa; accetterebbero anche di mettersi addosso qualche protezione in più.
Perché poi ti si stringe il cuore quando una domenica mattina ti arriva una notizia della tristezza infinita come quella che ci ha investiti oggi, quando abbiamo iniziato la giornata di festa scoprendo che un altro dei nostri ci ha lasciati. Isaac Gálvez, ma sì, Gálvez, quel matto che quella volta a San Donà di Piave tirò giù Cipollini entrando in una curva a 80 all'ora sul bagnato, e fece un gran crash, che SuperMario se lo sarebbe ingoiato dopo averlo triturato sotto i denti; quel Gálvez che a Lissone l'anno scorso, ancora sotto la pioggia, per poco non si prendeva a botte con Clerc, dopo l'ennesima vittoria al Giro di Petacchi, e dopo un contatto proibito sulla linea del traguardo. Quel Gálvez che certi trucchetti e una interiorizzata spericolatezza (che comunque gli avevano portato non poche vittorie su strada, tre quest'anno), li aveva imparati in pista, dove ogni inverno si prodigava nelle Sei Giorni, e dove difendeva i colori della Spagna ai Mondiali, nella specialità dell'Americana, in cui aveva conquistato pure due titoli.
E in pista, a Gand, in una Sei Giorni che poi è stata immediatamente sospesa, Gálvez ha trovato la morte. Caduto nel corso dell'ultima prova del sabato notte, lo spagnolo è stato inutilmente soccorso, hanno provato a rianimarlo, ma non ha superato il trasporto in ospedale. È morto, Isaac Gálvez è morto, e forse l'unica cosa che può lenire il vuoto è pensare che sia morto mentre faceva una cosa che lo divertiva profondamente. Ma tutto intorno resta la solita, fastidiosa, dolorosa mancanza di parole. A parte una: perché?