Capecchi, 19 anni e il Giro in testa - Scopriamo il mondo del neopro' Liquigas
Versione stampabileVent'anni li compirà a giugno, ed è già professionista. Dopo un anno di anticamera tra i dilettanti nella società Mastromarco, l'approdo da stagista a metà dell'anno 2005, nelle classiche agostane italiane. La sua storia ricalca in parte le orme lasciate sul terreno da Filippo Pozzato, passato professionista nella Mapei giovani a 19 anni direttamente dalla categoria juniores e da Valerio Agnoli, che a 19 anni è passato stagista e ad inizio 2005 professionista con la Naturino di Vincenzo Santoni.
Per certi versi è anche la storia di Damiano Cunego, il vincitore del Giro d'Italia e del Giro di Lombardia 2004, che passò professionista a 21 anni dopo l'esperienza da dilettante nella Zalf Desireé Fior avendo già firmato il contratto con Martinelli e la Mercatone Uno (poi la squadra si sciolse e Cunego seguì Martinelli in Saeco) da juniores. La stessa Saeco, infatti, viste le qualità di Capecchi lo aveva contattato già da juniores proponendogli un contratto professionistico.
Poi Corti e Martinelli sono stati costretti per questioni di sponsor ad accorparsi alla Lampre del team manager Saronni, e per questioni tempistiche Capecchi ha scelto di firmare con la Liquigas, un sicuro serbatoio di giovani che vede in Enrico Gasparotto, campione italiano in carica (da neoprofessionista), come il fiore all'occhiello, ma che conta anche su Colli, Mugerli, sui neoacquisti Nibali e Quinziato e sugli altri neoprofessionisti Curtolo e Kreuziger. Vi presentiamo, dunque, il toscano Eros Capecchi.
Come procede il tuo primo ritiro da professionista?
«Tutto bene, finora, e meno male. Siamo arrivati a Terracina dopo una settimana passata a Valencia, in Spagna, a casa di Garzelli con Daniele Colli e Dario Andriotto. È bello aver trovato comunque un clima mite sul litorale pontino, ed ora il problema lo avremo quando torneremo tutti a casa, visto che abitiamo quasi tutti più al nord di Terracina».
Hai già assaggiato la categoria dei professionisti, avendo svolto alla fine del 2005 un periodo da stagista con la stessa Liquigas. Avrai trovato sicuramente, essendo anche giovanissimo, molte differenze tra i vari livelli di corsa. Quali?
«Nei dilettanti con mezza gamba finisci le corse, mentre nei professionisti con quattro gambe fai comunque tanta fatica. Ne parlavo proprio l'altro giorno con i miei compagni, che mi hanno consigliato di preparare bene le corse e stare sempre accanto a compagni più esperti durante i chilometri in gara: dicono che mi sarà molto d'aiuto».
Pensi sia un vantaggio passare professionista così presto o credi che per un giovane possa essere difficile convivere per un po' di anni con corridori suoi colleghi che vanno più forte di lui?
«Io penso che sia uno dei pochi metodi validi per evitare che nelle categorie giovanili si possa ricorrere a pratiche poco lecite. Anche se personalmente sono stato fortunato a correre per un team giovanile che non mi ha mai messo pressioni addosso per i risultati e le prestazioni, confermo che la categoria dei dilettanti è un vero e proprio "far west". Sapere di avere un contratto professionistico già dalla categoria juniores ti consente comunque di sapere con quasi certezza quale sarà il tuo futuro e di conseguenza di agire e correre con molta più calma ed in prospettiva. Riconosco che non tutte le squadre sono disposte ad investire su corridori sin da piccolissimi, però almeno per qualcuno questo discorso potrebbe essere allargato».
Prima di accordarti con Amadio e la Liquigas si era parlato di un interessamento di Martinelli per farti approdare in quella che era la Saeco. Il cambio di sponsor ha influito sulla tua decisione di approdare in Liquigas?
«Avevo un accordo con Claudio Corti affinché io firmassi per la Saeco alle stesse condizioni con cui poi ho firmato per la Liquigas, quindi correndo un anno nei dilettanti ed un periodo da stagista tra i pro' nel finale di stagione. Con la fusione tra Saeco e Lampre avrei dovuto ridiscutere dell'accordo con Giuseppe Saronni, ma le cosa si è protratta un po' troppo e per paura di rimanere appiedato a causa di una situazione strana, ho chiesto loro di essere lasciato libero di accordarmi con un'altra squadra, visto che comunque molti team professionistici avevano mostrato interesse nei miei confronti».
L'averti accordato libertà ti è sembrata una dimostrazione di poca convinzione nei tuoi mezzi?
«No, no, sono sempre stati convinti delle mie caratteristiche, ma diciamo che Saronni ha sempre preferito un corridore già fatto piuttosto che un corridore da formare».
Quando, e soprattutto come, Eros Capecchi si è avvicinato al ciclismo?
«Da bambino giocavo a calcio, però mi sono accorto subito che non era adatto a me. Ero anche piuttosto bravino, ed infatti giocavo sempre in squadra con quelli più grandi di me; però forse proprio quella differenza d'età con i compagni mi ha portato ad allontanarmi dal calcio. Poi mio papà mi ha messo su una bicicletta e da lì è iniziato tutto, anche grazie a mio nonno che si è sempre diviso i compiti con mio papà nell'accompagnarmi alle varie corse regionali giovanili».
L'anno scorso, pur essendo più giovane di tanti élite e di tanti tuoi colleghi under 23, è sembrato di vederti pedalare molto lungo in salita. È una tua caratteristica o pensi che sarebbe il caso di lavorare anche un po' sull'agilità?
«Spingere rapporti lunghi fa un po' parte del mio Dna, visto che riesco a fare comunque un buon passo nelle salite, ma ad esempio nella Coppa Burci vinta da Di Nucci ero andato su abbastanza tranquillo, non forzando sulla potenza, ma salendo piuttosto sciolto anche perché era una gara di inizio stagione e non volevo rovinare la gamba con un passo esagerato».
Sulla carta d'identità ciclistica di Eros Capecchi cosa c'è scritto alla voce "caratteristiche"?
«In una categoria nuova e difficile per me come quella dei professionisti non posso sbilanciarmi troppo dicendo quello che potrei essere, ma che non sono ancora in grado di testare se ci potrò riuscire. Meglio vivere alla giornata, correre le corse e sentire le sensazioni. Se mi accorgerò che in salita non patisco troppo, direi che passista scalatore può essere il mio target di corridore».
Come vai a cronometro?
«Sinceramente nei dilettanti non ne ho mai fatte, anche perché le poche cronometro presenti nel calendario giovanile si corrono in mezzo alla settimana, e facendo una gara ogni domenica o quasi non c'era il tempo materiale di provare a fare le une e le altre. Poi di corridori che si preparavano solo per le cronometro ce n'erano, così come quelli che preparavano bene gli appuntamenti su strada, e quindi correndo entrambe rischiavo di andar piano ovunque. Da juniores però non andavo male, e credo che anche come corporatura e cadenza di pedalata il cronometro possa essere un allenamento da provare a migliorare per far bene».
Come ti sei trovato nella Mastromarco che è stata anche la squadra del tuo neocompagno Nibali?
«È una società che ti fa crescere molto tranquillamente, e difatti firmai per la Mastromarco quando ero ancora certo di approdare poi alla Saeco con Claudio Corti. Poi è arrivata la Liquigas con il contratto da professionista che un po' spingeva per farmi correre l'anno da dilettante nel suo vivaio che è la Ima Marchiol, ma io già mi ero accordato con la Mastromarco e di solito mi piace mantenere la parola data. Sono contento quindi che la Liquigas abbia capito e che mi abbia consentito di non illudere nessuno».
Cosa ti aspetti da questo primo anno di professionismo?
«Davvero niente, senza falsa modestia. Quello che verrà, tutto quello che verrà, sarà ben accetto dal sottoscritto. Non posso davvero avanzare pretese: ora inizierò il Tour Down Under e vedremo in Australia come sarà la gamba e come starò in mezzo al gruppo».
Avete già stilato il programma per il 2006 al ritorno dall'Australia?
«Dopo il Down Under correrò in Italia il Gp Costa degli Etruschi a Donoratico e poi il Trofeo Laigueglia. Da lì in poi le corse sono tutte provvisorie, e comunque non comprendono mai gare del circuito Pro Tour, dal quale - in accordo con la squadra - abbiamo preferito discostarci, per i giovanissimi, al fine di non farci patire troppo i ritmi delle corse dure».
Tra le corse che hai disputato l'anno scorso da stagista ce n'è una che ti ha colpito in modo particolare?
«Il Giro del Veneto mi è piaciuto molto, ho pedalato bene ed è un percorso che ben si adatta alle mie caratteristiche, almeno a quelle apparse finora».
Il tuo sogno da professionista?
«È troppo facile rispondere che punto ad un Grande Giro e ad una classica monumento, ma il ciclismo è fatto di storia e tradizioni e quindi anche il mio obiettivo è di eccellere in quelle corse, che sono anche le più belle e le più importanti».
E se dovessi sceglierne due, una per categoria?
«Giro d'Italia e Milano-Sanremo, sono queste due le mie preferite».
Mario Casaldi