Un anno di solitudine - Le leggende non muoiono mai
Versione stampabileLe leggende non muoiono. Mai.
Marco Pantani ci ha lasciati un anno fa in uno squallido residence di Rimini, solo con la sua cocaina, mentre nel mondo gli innamorati festeggiavano la loro festa. Se n'è andato in una sera d'inverno portandosi dietro la sua rabbia e il suo sconforto, la sua depressione contro i mali della vita e le ingiustizie. E lui di ingiustizie se ne intendeva: capro espiatorio di un mondo marcio è stato prima costretto e poi ha scelto di pagare per tutti. Una sorta di immanenza del destino a cui non ha voluto sottrarsi, quasi come avesse voluto autopunirsi in nome dello sport che aveva amato, una catarsi ingiusta e dolorosa.
Il maledetto giorno di Madonna di Campiglio aveva intuito che il suo destino era irrimediabilmente cambiato. E lo aveva detto: "Mi sono rialzato tante volte, questa volta non mi rialzerò". Finiva quel giorno la storia del Pirata, e forse cominciava allora a sua leggenda. Da allora soltanto una lunga, lenta agonia che si è conclusa in quello squallido residence, epilogo triste della storia dell'uomo che senza volerlo aveva costruito così la sua leggenda di corridore. Senza una fine così sarebbe rimasto "soltanto" il grande campione che era. La morte così prematura lo ha trasferito nell'Olimpo degli Indimenticabili, dei Grandi.
Per dare il senso delle emozioni che il Pirata ha regalato basti pensare a quanto accaduto qualche giorno fa in un contesto lontanissimo dal mondo delle due ruote. Mondiali di sci a Bormio, una ragazzina di 19 anni, Elena Fanchini, conquista la medaglia d'argento in discesa libera. È una ragazza ancora acerba, che si è affacciata soltanto quest'anno, e con risultati non ancora straordinari, al circo bianco. Quando Marco vinceva era piccola. Nel '98, l'anno magico del Pirata, aveva 12 o 13 anni, ha vissuto con l'entusiasmo dell'adolescenza le sue grandi vittorie e con la consapevolezza della maturità che sopraggiungeva tutte le sue sofferenze. Immaginate quanto doveva essere frastornata lì al parterre, seconda al Mondiale, in una bolgia infernale. Di modelli sportivi ne aveva eccome. Aveva sciato su una pista che si chiama "Deborah Compagnoni", e la grande campionessa era lì, a due metri, che chiacchierava con un altro grandissimo dello sci di nome Alberto Tomba. Il responsabile della nazionale italiana evoca imprese niente male: Gustavo Thoeni. E mentre tutti le facevano festa intorno, la sua prima dichiarazione, in lacrime, è stata la dedica della sua medaglia a Marco Pantani, di cui era grande tifosa. "Gli ho rivolto un pensiero ogni giorno da quando è morto" ha detto. Il giorno dopo è tornata a casa. Un giornalista le ha regalato una maglia rosa autografata del Pirata.
È questo il vuoto che ha lasciato Pantani.
Ciao Marco.