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Ciao Richard - Omaggio a Virenque che lascia il ciclismo

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"È simpatico, ma gli romperei il muso". Prendiamo in prestito il pessimo titolo italiano di un altrimenti bello film del grande Sautet per introdurre un piccolo omaggio a Richard Virenque, che in questi giorni ha annunciato il suo ritiro dal ciclismo professionistico. Dieci anni fa (ma anche cinque), lo diciamo in tutta onestà, non avremmo mai pensato di dedicare un simile articolo a un corridore le cui sgangherate spacconate ce lo rendevano simpatico come una lombosciatalgia autunnale.
Invece nelle ultime stagioni il ragazzino presuntuoso aveva lasciato la scena ad un uomo maturato dalle avversità: una, in particolare, lo scandalo doping in cui Virenque venne coinvolto con tutta la Festina durante il Tour del 1998, quando il massaggiatore Willy Voet, fermato con l'auto piena di sostanze dopanti, disse ai poliziotti che il carico era destinato ai corridori della sua squadra. E tra loro c'era Riccardino, amatissimo in Francia proprio per il suo modo di fare, senza mezze misure, sempre pronto ad attaccare in montagna anche quando i suoi allunghi non avrebbero prodotto neanche un minimo scossone, ancor più pronto a scattare in vista dei traguardi Gpm dopo essere stato a ruota per tutta la salita (quanto odiava quest'abitudine Indurain! Il navarro qualche volta si tolse lo sfizio di riscattare in faccia al francese per togliergli qualche punto, così, puramente per dispetto, per punirlo del fatto che poi quello si vantava di essere all'altezza di Miguelon, il succhiaruote!). Bravo, in ogni caso, in questa attività: altrimenti non si spiegano 7 maglie a pois al Tour de France, record avversato dai puristi.
Era un po' il Chiappucci di Francia, e come Chiappucci non riuscì a vincere il Tour: terzo nel '96, però, e secondo nel '97: i due anni in cui mancava Pantani, che Virenque soffriva e temeva come la peste in salita (ma figurarsi se lo avrebbe mai ammesso: "Io e Pantani siamo alla pari", le risate sono consentite). Vinse una Parigi-Tours in maniera leggendaria, andando in fuga all'inizio e resistendo per pochissimi metri al ritorno del gruppo sul rettilineo d'arrivo; ma questa affermazione (2001) faceva già parte della sua seconda carriera, quella in cui ci divenne simpatico.
Lo spartiacque, come già accennato, fu il caso Festina. Tutti ammisero, in qualche modo, il loro coinvolgimento nella storiaccia. Tutti tranne Virenque, che con passione negò ogni addebito: paura, terrore di perdere la stima dei suoi tanti tifosi. In ogni caso la giustizia fece il suo corso, e l'uomo nato a Casablanca, Marocco, venne squalificato come gli altri. Fu un italiano, Gianluigi Stanga, a ridargli fiducia e a riproporlo in una veste nuova, matura, sobria. Addio alle spacconate, e tanta fatica per tenere le ruote dei migliori (ormai gli riusciva poco spesso), e per piazzare, di tanto in tanto, le sue stoccate.
La corsa della sua vita era sempre il Tour. Lo scorso anno, a 33 primavere, conquistò finalmente la prima sospirata maglia gialla, il giorno della vittoria di Morzine (nella Grande Boucle del Centenario, un'edizione fantastica). La perse subito, il giorno dopo, ma non era quello che contava. Quest'anno si è ripetuto, ha rivinto una tappa, la sua ultima; e anche stavolta ha scelto una data speciale per festeggiare, a Saint-Flour: il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia, festa nazionale francese. E tutti, oltralpe, festeggiarono con lui, il beniamino prima perso e poi ritrovato, ma sempre amato.
Già durante il Tour palesò una certa stanchezza, una voglia di staccare che ora si è materializzata in questo annuncio. Si ritira, non vuole arrivare a odiare il ciclismo, quel ciclismo di cui è stato protagonista, bene o male, per oltre un decennio.

Marco Grassi

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