Cinque volte Re di Francia - Armstrong e il suo quinto Tour
Versione stampabileChi se li ricorda più i timori, gli affanni, i turbamenti della seconda settimana del Tour del Centenario? Dove sono finiti tutti quelli che erano convinti che Lance avrebbe passato la mano? Spazzati dalla pioggia, forse, la pioggia che ha bagnato la crono di Nantes. Oppure, meglio ancora, spazzati dall'ennesima prova mostruosa di quel gran campione che risponde al nome di Lance Armstrong. Al quinto Tour consecutivo vinto è difficile trovare parole nuove, evitare di cadere in banalità e ripetizioni.
Forse per questo Armstrong ha "voluto" vivere un Tour di sofferenza, di incertezza, di mancato dominio. Perché, abusata negli anni l'epica dell'uomo che vinse il cancro e diventò il più forte ciclista al mondo, c'era bisogno di nuove storie, di nuove emozioni. E così Lance si è inventato una disidratazione nella crono di Cap'Découverte, e poi ha continuato estraendo dal cilindro delle mezze crisette sulle Alpi e poi ancora ha esibito una bella mancanza di brillantezza in avvio di Pirenei. Un giorno scopriremo che l'aveva fatto apposta, per scoprire l'effetto che fa vincere un Tour con l'acqua alla gola, col rivale (l'eterno, splendido rivale Jan) lì a un minuto e pronto ad approfittare di ogni defaillance ma non di una caduta.
O invece scopriremo che Armstrong nel 2003 aveva quasi 32 anni e forse iniziava a fare i conti con l'età che avanzava, e doveva fronteggiare qualche acciacco e i postumi di una caduta al secondo giorno di gara (con susseguenti problemi al bacino). E malgrado ciò non era caduto, tutt'altro! Aveva resistito nei momenti negativi, aveva avuto la pazienza e l'umiltà di aspettarsi. Di aspettare il Lance migliore. Lo aveva ritrovato a Luz Ardiden, lo aveva preservato e lo aveva ritirato fuori lungo la strada per Nantes, quando c'era da respingere l'attacco di un Ullrich con la bava alla bocca.
La crono di Nantes è stato soltanto l'ultimo atto (per quel che riguarda la classifica) di un Tour eccezionale, e ci sia concessa un po' di malinconia per la fine di questa edizione del Centenario (e per la certezza che chissà quando ne rivivremo un'altra così). Ullrich ci ha provato fino in fondo, ha provato ad andare oltre ai limiti umani e meccanici, ed è scivolato sull'asfalto bagnato forse perché i suoi tubolari erano troppo stretti per una strada così viscida. Si giocava il tutto per tutto, il rischio di finire a gambe all'aria era preventivato. Ma si ha l'impressione, confortata dai dati cronometrici, che anche senza caduta il tedesco non ce l'avrebbe fatta a riprendere la lepre texana.
Armstrong, che ha rallentato visibilmente una volta saputo dello scivolone di Ullrich, ha dimostrato una volta di più quello che da cinque anni va dicendo, con fatti e non parola, al mondo intero: è lui il più forte, punto e basta. Se qualcuno pensa di poter confutare tale solare affermazione, è invitato a passare di qui. Fra undici mesi e qualche giorno.