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L'intervista: Savio e Androni, 2015 per il rilancio - Il team manager: «Punto su Gatto. Hoogerland, che delusione!»

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Gianni Savio e l'Androni-Venezuela 2015 all'ombra del monumento a Pantani a Cesenatico © Ufficio Stampa Androni-VenezuelaHa l'esperienza per poter dire - volendo - quello che gli pare, dall'alto dei suoi tre decenni spesi in ammiraglia a guidare squadre arrembanti, spesso vincenti, sempre simpatiche e amate dal pubblico. Eppure Gianni Savio non recede di un metro dal proverbiale aplomb con cui da sempre interpreta il proprio ruolo nel mondo del ciclismo. Esprime concetti chiari ma senza andare mai sopra le righe, come d'abitudine, e senza rinunciare a un pizzico di sana severità, laddove necessaria.

Al termine di una stagione non esaltante come altre in passato, ma senza che il suo entusiasmo risulti minimamente intaccato, il team manager dell'Androni-Venezuela è già prontissimo a tuffarsi in una nuova annata di tensioni, passioni e (spera) soddisfazioni in giro per il mondo, al seguito (e alla guida) della sua affezionata truppa. Lo sentiamo alla vigilia del 2015 ciclistico, per un bilancio sulla stagione da poco terminata e per conoscere le sue intenzioni, i suoi progetti e i suoi pensieri a un paio di mesi dal ritorno in ammiraglia.

Partiamo da un bilancio sul 2014: un'annata più magra rispetto alle abitudini. Come mai?
«Vero, non è stata una stagione esaltante. Ma non è stata neanche una stagione fortunata. Diversi incidenti hanno condizionato il rendimento di alcuni dei miei, e altri onestamente non hanno reso secondo le attese. Non la definisco però una stagione deludente, abbiamo vinto 7 corse che non sono tantissime, ma abbiamo raccolto tanti piazzamenti che con un po' di fortuna avrebbero potuto essere delle vittorie - e mi riferisco ad esempio ai due secondi posti di tappa al Giro, con Jackson Rodríguez a Rivarolo Canavese e con Franco Pellizotti sullo Zoncolan. Almeno una di quelle due possibili vittorie avrebbe dato tutt'altro sapore al nostro 2014. In ogni caso abbiamo onorato con determinazione tutte le corse, andando sempre all'attacco, e me lo confermano i complimenti che ci sono giunti da tanti tifosi alle partenze e agli arrivi di gara. Una stagione che potrebbe essere fotografata esattamente da quanto accaduto al Giro dell'Emilia: in fuga tutto il giorno con Gianfranco Zilioli, ripreso a soli 2 km dalla fine, e poi terzi al traguardo con Pellizotti».

Cosa è mancato e cosa dovrà essere migliorato nel 2015?
«Son venuti meno corridori su cui si puntava forte. Lo dico senza intento critico, ma con mero realismo: avevamo scommesso molto su Johnny Hoogerland, un anno fa era stato praticamente il colpo del mercato, mi sembrava un corridore perfettamente in sintonia con lo spirito del nostro gruppo, ma è stato assolutamente deludente. Un solo piazzamento in top ten in tutta la stagione, mai in fuga al Giro... Mai mi sarei aspettato una resa simile, anche se l'esperienza mi dice che situazioni del genere possono comunque verificarsi. Al Giro gli dicevamo ogni giorno "vai in fuga", e lui rispondeva "ci provo ma non ci riesco". Ha fatto di testa sua a livello di preparazione, per cui non ci possiamo nemmeno sentire responsabili su quel fronte. Un altro corridore che doveva essere fondamentale nei nostri disegni, ma da cui non è venuto l'apporto atteso, è Manuel Belletti, un po' sfortunato nella prima parte della stagione, ma poi troppo assente nella seconda. In ogni caso, a livello generale, sento di avere la coscienza a posto: con la nostra mentalità abbiamo sopperito alla carenza di risultati, al Giro eravamo ogni giorno in fuga, abbiamo totalizzato 2340 km all'attacco, e credo che il pubblico ci voglia bene per questo; d'altro canto, abbiamo anche dato buona visibilità agli sponsor, i quali ci hanno tutti confermato la fiducia».

La Coppa Italia era tra i vostri obiettivi ma non siete riusciti a centrarlo; e rimane uno strascico per la posizione della Neri Sottoli, che sarebbe la squadra campionessa d'Italia se il risultato non fosse rimasto sub judice.
«Non so bene come stanno le cose. La Lega, decidendo di lasciare in sospeso il risultato della Coppa Italia, ha fatto riferimento ad articoli del regolamento relativi alla questione etica. Preferisco non entrare nel merito per non aizzare polemiche».

Ma se non fosse stato per voi non ci sarebbe stato questo epilogo?
«Mi fa piacere rispondere a questa domanda per chiarire le cose: noi dopo il Giro dell'Emilia abbiamo presentato un esposto, chiedendo che il risultato della Coppa fosse tenuto sub judice, appellandoci a una questione relativa alla posizione giudirico-lavorativa di alcuni corridori della Neri, ma lì ci siamo fermati; le considerazioni sul piano etico sono tutte della Lega, quindi chi ci ritiene responsabili di questo fatto ci attribuisce un potere che non abbiamo».

Indipendentemente dall'esito del giudizio sulla Coppa Italia, nel 2015 non avrete il diritto di invito al Giro. Come vedi la questione wild card?
«Non ho mai lanciato proclami perché sono rispettoso delle gerarchie, spetta a RCS Sport fare le sue valutazioni e concedere le wild card. Attendiamo con fiducia, sia per quanto dimostrato al Giro, sia per aver allestito una squadra competitiva. Ripeto, resto in fiduciosa, ma rispettosa, attesa».

Entriamo nel dettaglio riguardo ai tuoi corridori: com'è stato il 2014 di Pellizotti?
«Quella di Franco è stata una buona stagione, segnata da una continuità di rendimento in tutto l'arco dell'anno. Al Giro la vittoria gli è sfuggita per un soffio, ma è stato protagonista per tutta la terza settimana, andando all'attacco o chiudendo tra i primi in quasi tutte le frazioni decisive; lui ha un ruolo molto importante in squadra, ha dimostrato di essere un capitano vero, diciamo che è il nostro allenatore in campo: generoso, non lesina consigli ai giovani, è autorevole senza essere autoritario e per questo è molto seguito dai compagni».

Il tuo veterano Sella?
«Emanuele ha avuto una stagione in tono minore, è caduto subito al Mediterraneo e poi ha pagato un eccesso di generosità, volendo bruciare i tempi per rientrare, e ritrovandosi così in affanno successivamente; per dirla tutta, in questo 2014 non è stato mai all'altezza della situazione, ma ha delle attenuanti, e devo riconoscere che anche nelle difficoltà ha dimostrato carattere e determinazione: non si è mai adagiato, ad esempio al Giro ha spesso provato la fuga pur non avendo una condizione buona».

Riguardo a Belletti, hai già espresso il rammarico per un rendimento inferiore alle attese.
«Per quanto concerne Manuel il mio rimpianto non è dato tanto dalla carenza di risultati, quanto dal non aver visto in lui la giusta dose di carattere, determinazione, grinta, mordente. Lui peraltro non è neanche d'accordo con queste valutazioni, ritiene di essere stato professionista al 100% e di non aver nulla da rimproverarsi, ma io devo fare le mie considerazioni. Al punto che nonostante Belletti sia un concittadito di Pino Buda, che con Sidermec è uno dei nostri sponsor, e che come tale ha anche spinto per una conferma del ragazzo, mi sono dovuto opporre, perché non sarebbe stata una scelta producente per nessuno: coi nuovi corridori in arrivo per il 2015, Manuel si sarebbe ritrovato a ricoprire un ruolo secondario, e questa situazione non avrebbe fatto altro che aumentare i malumori».

Sei soddisfatto invece di un altro neoingaggio dello scorso anno come Marco Bandiera?
«Bandiera ha meritato la conferma perché ha sempre dimostrato carattere. La determinazione è importante in una squadra di buoni atleti ma non di fenomeni. Il fuoriclasse può anche permettersi qualche momento di calo di tensione, il buon atleta deve invece sempre essere concentrato per ottenere il massimo dalle sue possibilità. Marco si è ben comportato al nord, portando a termine classiche importanti e difficili come il Fiandre e l'Amstel, e non dimentichiamo che al Giro è salito sul podio finale di Trieste, avendo conquistato la classifica dei traguardi volanti: ennesima conferma della sua tenacia, perché per primeggiare sui traguardi volanti si deve andare in fuga spesso, e lui ha fatto proprio questo».

La duplice scommessa olandese: Kenny Van Hummel le sue brave tre corse in stagione le ha vinte, eppure non verrà confermato per il 2015.
«Mi spiace non averlo potuto confermare, almeno fino a questo momento. Sia per le vittorie che ha conseguito, ma soprattutto perché Kenny è una gran persona, un professionista vero. Purtroppo il nostro budget impone delle scelte, e da parte mia l'aspetto professionale va anteposto a quello personale. Il problema di Van Hummel è che non tiene in salita, nemmeno sugli strappi brevi. Se devo ipotizzare una corsa con un minimo di selezione, nella quale 60-70 corridori vanno a giocarsi il successo, sono quasi certo che lui tra questi 60-70 non c'è. Considerando che nel 2015 non faremo tante corse al nord, su terreni a lui congeniali, ho preferito puntare su velocisti più resistenti. Ma sia chiaro che l'apprezzamento nei suoi confronti rimane, se avessi una squadra di Belgio o Olanda e dovessi gareggiare spesso su quei loro percorsi piatti, lo prenderei subito; devo anche dire che Kenny ha capito perfettamente la situazione e ci siamo lasciati in buoni rapporti».

Hoogerland invece - come già accennato - è la grande delusione del 2014.
«Indecifrabile, e ho detto tutto».

Nel senso che magari non ha fatto fino in fondo vita d'atleta?
«No, su questo fronte non abbiamo elementi da contestargli. Non elementi ufficiali, perlomeno. Ripeto, l'ho trovato assolutamente indecifrabile, ha un carattere particolare, ma ciascuno ha il proprio... mentre Van Hummel si è subito integrato col resto della squadra, ed è stato a suo modo anche un trascinatore per gli altri, Hoogerland è rimasto tutto l'anno un'anonima comparsa. Non sa spiegarlo neanche lui, credo. Si è sempre allenato, non l'ho mai visto grasso, ma ha le sue idee e non ascolta quelle degli altri. Il preparatore Fabrizio Tacchino gli aveva dato delle tabelle di allenamento, Johnny non era d'accordo; allora a Fabrizio ho detto "lascia perdere, se gliele imponi e lui va male siamo incapaci in due: tu per non averlo saputo allenare, e io per essermi affidato a un allenatore non all'altezza. È un corridore d'esperienza, è campione olandese, che faccia come vuole". I risultati, come si è visto, sono stati disastrosi».

Già nel corso della stagione, in camera caritatis, ti eri detto arrabbiato per quanto (non) fatto da Hoogerland, al punto da non volerlo più vedere nelle gare in cui eri presente tu.
«Ma no, non è che fossi arrabbiato. Diciamo contrariato, certo deluso dal suo rendimento. A un certo punto non è non volessi vederlo in gara... semplicemente, l'abbiamo fatto correre in Italia da febbraio a giugno, senza il minimo risultato. Non sarebbe stato giusto - anche nei confronti degli altri ragazzi - continuare a schierarlo nelle nostre corse, quindi successivamente ha fatto il calendario estero, mentre io ero in ammiraglia nelle corse italiane. Ma ripeto, si tratta di considerazioni che faccio senza alcuna acredine: dopo 30 anni di carriera, penso di avere l'esperienza per basarmi semplicemente sui fatti, e questi parlano chiaro: l'unico dei nostri a non essere entrato mai in una fuga al Giro. Androni: 2340 km in fuga. Hoogerland: 0!».

Veniamo alla colonia venezuelana: Carlos Ochoa e Jackson Rodríguez li possiamo quasi definire dei figli adottivi per te...
«Jackson ha fatto una stagione discreta, certo sarebbe stata per lui sensazionale se fosse riuscito a vincere a Rivarolo. Quel giorno via radio nel finale non avevo fatto altro che ripetergli "a la rueda del Bardiani! A la rueda del Bardiani! A la rueda del Bardiani! Es el mas fuerte!": era sufficiente rimanere a ruota di Canola per avere la meglio in volata, considerando anche che Rodríguez allo sprint non è fermo. Ma all'ultima curva ha perso del terreno, e quell'errore è stato decisivo».

Ochoa non sarà confermato. Come mai?
«Gli anni passano per tutti; già nel 2013 la stagione di Carlos era stata carente, anche per qualche problema fisico non aveva partecipato al Giro, e questa assenza si è ripetuta anche quest'anno; al Tour de Langkawi era il nostro capitano soprattutto per la tappa di Genting Highlands, che doveva essere il suo terreno, ma anche lì non è stato all'altezza. Per conto mio, è un corridore che ha speso molto, prima o poi arriva il momento di staccare».

Sempre dal Venezuela, quest'anno abbiamo visto in maglia Androni anche Godoy e, da un certo punto in avanti, anche Gálviz. Che corridori sono?
«Yonder è molto giovane, ha margini di miglioramento, ha disputato un discreto Mondiale Under 23; Carlos è stato una buona sorpresa, ha vinto il campionato nazionale a cronometro e la tappa regina della Vuelta a Venezuela (nella quale è stato anche secondo della generale, o come si dice da quelle parti subcampeón). Non mi sbilancio su quello che potranno fare in futuro, dico solo: aspettiamo».

E ora arriverà, sempre dal paese sudamericano, anche Carlos Giménez. Che ci puoi dire di lui?
«L'avevo già messo sotto contratto, ma l'ho lasciato "parcheggiato" per un anno tra i dilettanti, presso l'amico Maltinti. Diciamo che è stato subito in sintonia con l'Androni, nel senso che ha vissuto una stagione sfortunata, con diversi problemi fisici; fortunatamente uno - di postura - l'ha risolto, mentre a fine anno è stato colpito da helicobacter. Lo ritengo un buono scalatore, ma è ancora giovanissimo, non ha ancora 20 anni, quindi è tutto da scoprire. Su di lui ho fatto un investimento fino a tutto il 2017, lo vedremo crescere e lo valuteremo in questi prossimi anni».

Come sono i rapporti con la Federazione venezuelana?
«Ottimi, abbiamo avuto il rinnovo dell'accordo per il 2015, ed è stato confermato il progetto di creazione di una struttura europea per i loro Under 23. Già quest'anno la loro selezione ha gareggiato al Giro del Friuli, in Francia al Giro della Moselle, in Spagna a quello della Galizia. Continuiamo a monitorare questi giovani».

Ci sono dei talentini pronti a sbocciare?
«I due principali sono Godoy e Giménez. In tutta franchezza, un nuovo Rujano non c'è, ma di corridori così, in grado (potenzialmente) di arrivare sul podio dei GT, ne nasce uno ogni 50 anni».

Nel 2014 avete avuto 4 neopro' italiani: Zordan, Zilioli, Taliani e Testi. Quest'ultimo non sarà confermato, tra gli altri chi è stato il più soddisfacente?
«Su Zilioli contiamo molto, nel finale di stagione è venuto fuori, concreto, determinato, sempre in fuga, in totale sintonia con la nostra visione. Lo scorso anno, da stagista, vinse addirittura a Prato, quest'anno ha pagato lo scotto del noviziato: un conto è entrare a fine anno, coi professionisti magari in calo di condizione o concentrazione, e lasciare una zampata; cosa diversa è dover impostare da zero l'intera stagione. Comunque confido in lui per il futuro. Taliani mi era stato presentato dal suo direttore sportivo tra i dilettanti, Franco Chioccioli, come ancora acerbo, e diciamo che ha confermato questa descrizione. Per lui questo è stato un anno di apprendistato. Testi non sarà con noi l'anno venturo, non tutti i contratti possono essere rinnovati, non possiamo fare una squadra di 40 corridori».

Zordan era molto atteso, si è visto poco; cosa ti aspetti da lui nel 2015?
«Che vinca, che ottenga dei risultati. Quest'anno ha avuto anche lui dei problemi fisici, nel 2015 dovrà presentarsi al via già in condizione fisica ottimale. Poi, come sempre, deciderà la strada. Lui già tra i dilettanti ha mostrato di avere dei numeri, il prossimo anno sarà decisivo. Questo è un discorso che può sembrare cinico, ma che faccio a tutti: purtroppo il ciclismo diventa sempre più spietato, anche per noi manager, perché reperire risorse è sempre più difficile; per i ragazzi purtroppo spesso il treno passa una volta sola, bisogna essere bravi a salirci».

In diversi sono appena scesi da quel treno, ci riferiamo a Bertazzo, Di Serafino, Facchini, Frapporti, Parrinello. Specie quest'ultimo non era dispiaciuto, come mai non viene confermato?
«Ha svolto il suo ruolo, nessuno lo nega, ma certe scelte diventano inevitabili, abbiamo puntato su corridori che garantiscono di poter lottare per qualche vittoria, di essere competitivi per vincere qualche volta e non solo piazzarsi».

Diciamo che a Parrinello - per usare un vecchio detto - mancava sempre una lira per fare un milione.
«L'abbiamo tenuto due anni con noi, onestamente non ho alcun motivo per muovergli delle critiche, ma allo stesso tempo neanche per doverlo per forza confermare. Ho l'obbligo di essere realista, questi ragazzi hanno avuto un contratto, sono stati regolarmente retribuiti, hanno avuto un rapporto di lavoro da professionisti, ma non possono pretendere la conferma per il solo fatto di essere stati - appunto - dei professionisti. Non sono d'accordo quando sento critiche sul nostro operato, ciascuno può pensare di essere un campione inespresso, ma l'Androni non è l'unica squadra esistente, si possono trovare altre sistemazioni».

È un discorso generale o qualcuno si è espressamente lamentato?
«Parlo in generale... beh, sì, mi sono stati riportati dei tweet piccati di Parrinello, Testi, Bertazzo...».

Dall'Antonia si è invece unito a stagione iniziata, ma ha dimostrato di essersi ben integrato nel team.
«Ha interpretato sempre bene il suo ruolo, da lui mi aspetto anche qualche risultato nel 2015».

Diego Rosa, uno dei giovani più interessanti che avete esibito in questi anni, andrà a cercare fortuna in Astana. Finirà col fare il gregario di lusso, o può ancora esplodere?
«Credo sia stato ingaggiato proprio per essere un ottimo gregario dei big, è molto amico di Aru con cui ha corso da dilettante, per ora entrerà in quella squadra col ruolo di luogotenente. Ma ha margini di miglioramento, mi e gli auguro che possa essere un nuovo Alessandro De Marchi, che è partito con noi e alla Cannondale ha spiccato il volo, tanto che l'anno prossimo alla BMC non sarà più solo un gregario».

Cos'è mancato a Rosa per lasciare un segno più marcato, rispetto ad altri giovani italiani emersi in queste ultime stagioni?
«Sostanzialmente gli è mancata la continuità, ha alternato ottime gare a prestazioni anonime. Credo che la conoscenza del proprio fisico e una conseguente miglior gestione di se stesso possa aiutarlo. La discontinuità deriva anche dall'inesperienza, quando imparerà a gestirsi meglio potrà ambire a risultati di pregio. Ripeto, ha margini».

Veniamo al mercato per la prossima stagione. L'investimento più rilevante è quello su Oscar Gatto: cosa ti aspetti da lui?
«Su di lui faccio grande affidamento, sia sul profilo personale (è un ragazzo simpatico con cui ho avuto sempre un ottimo rapporto, ed è seguito da due miei amici come il procuratore Moreno Nicoletti e l'avvocato Giuseppe Napoleone) che su quello professionale. Non è solo un velocista, ha già dimostrato di poter essere un bel finisseur, tutti ricorderanno la sua vittoria al Giro a Tropea con scatto nel finale e ottima tenuta davanti a un certo Alberto Contador. Sarà il nostro leader per le corse in linea».

Davide Appollonio è un'altra scommessa. Passato pro' con grandi attese, transitato da importanti squadre del WT, è rimasto sostanzialmente inespresso e ridargli spinta sarà una bella sfida.
«L'ho subito visto molto motivato a far bene. Circa un mese fa mi chiamò il suo procuratore Giuseppe Acquadro, per propormi alcuni corridori. Tra i vari nomi che mi fece, dissi subito che Davide mi poteva interessare, perché lo vedo come un velocista ottimale per la nostra squadra. Non ci saranno peraltro problemi di convivenza con Gatto, perché tra persone intelligenti ci si sa gestire bene. In alcune corse - ad esempio già dal Tour de San Luis, nostro esordio stagionale - ci saranno entrambi; e tra l'altro non sarà necessariamente un male, visto che a tutti e due può far comodo avere una spalla in certi finali, per non essere esposti alla mercè dei treni altrui».

Poi c'è Marco Benfatto, che ha tanto sgomitato (metaforicamente parlando) facendosi vedere in tanti ordini d'arrivo delle corse minori dei vari circuiti continentali. Lo ritieni pronto al salto ad un livello superiore?
«Lui farà il Tour de Langkawi; il presupposto è sempre uno: contano i fatti più che le premesse. Sarà la strada, come ho già detto, a decidere le gerarchie, e chi meriterà avrà tutto lo spazio. Marco pensi ad andar forte, poi si vedrà il ruolo che potrà ritagliarsi nel prosieguo».

Simone Stortoni è stato l'ultimo ingaggio (almeno per ora). Come lo utilizzerete?
«È un corridore di esperienza. Una squadra è come un mosaico in cui inserire tanti tasselli che possono dipendere dalle caratteristiche di ognuno ma anche - in certa misura - dalla quotazione di mercato».

Diciamo che è un uomo-squadra che non costava tantissimo.
«Il Torino l'anno scorso aveva Cerci-Immobile in attacco, e ha fatto caterve di reti. Per ragioni di bilancio ha dovuto cederli entrambi e prendere Quagliarella, e quest'anno avrà meno segnature, ma non vuol dire che la squadra non sia sempre solida».

Visto che ne abbiamo fatto cenno qua e là: qual è il vostro budget?
«Due milioni e mezzo».

Dal dilettantismo italiano avete ingaggiato Alberto Nardin. Come ce lo presenti?
«Quest'anno ha vinto una sola corsa, ma ha chiuso venti volte in top ten, evidenziando un'interessantissima continuità di rendimento. Daremo anche a lui il tempo di crescere. Dal suo team manager Massimo Subrero (e dal comune sponsor Tarcisio Persegona, della Tre Colli) mi è stato presentato come un ottimo corridore, anche a livello caratteriale, e quest'ultima cosa non guasta... sì, mi sono sinceramente stufato di corridori piantagrane».

Qual è stato il peggiore con cui hai avuto a che fare, da questo punto di vista?
«Senza ombra di dubbio, Rujano! Pensava una cosa, ne diceva un'altra, ne faceva un'altra ancora...».

Chiudiamo l'analisi del vostro mercato con questi due ragazzi che per qualcuno che segue solo il World Tour sembreranno degli oggetti misteriosi: Serghei Tvetcov e John Ebsen Kronborg.
«Attenzione! Tvetcov potrà essere una rivelazione! Quest'anno ha fatto terzo al Giro del Colorado, alle spalle di Van Garderen e Danielson, andando forte in salita. È un corridore che in effetti non conosce quasi nessuno, ma ripeto: noi siamo il Torino del ciclismo, dobbiamo cercare ciclisti che altri magari snobbano, e valorizzarli. Prendiamo Ebsen: l'ho visto in Malesia, su a Genting Highlands ha fatto un'ottima corsa, credo che abbia dei buoni margini. E poi è un danese, ci dà quel tocco di internazionalità in più».

Avete già pianificato il 2015? Almeno per grandi linee, sapete chi farà cosa?
«No no, i programmi li valuteremo nel secondo raduno, tra fine novembre e inizio dicembre. Il primo raduno, a Cesenatico nei giorni scorsi, è stato utile per fare conoscenza dei nuovi. Maurizio Canzi di Kuota è venuto a presentarci le bici con cui correremo, dopo 3 anni con la Bianchi. Tengo a dire che anche con quest'azienda ci siamo lasciati in grande amicizia, loro volevano a tutti i costi entrare nel World Tour, si sono concentrati per fare un accordo con l'attuale Belkin e non sapevano se il loro budget sarebbe stato sufficiente a supportare anche noi. Non potevo aspettare, quindi ho optato per un cambio di mezzi. I ragazzi hanno anche fatto la conoscenza dei due nuovi allenatori, i fratelli Daniele e Paolo Lanfranco».

Fabrizio Tacchino non è più dei vostri?
«Più che altro si è sciolto il Coach Team Assistant di cui faceva parte, e i cui componenti lavoreranno ognuno per conto proprio. Lui seguirà la Rusvelo».

Dovessi scommettere oggi: chi sarà l'uomo-copertina per la Androni nel 2015?
«Se devo fare un solo nome, dico Oscar Gatto: può consacrarsi, fare il salto di qualità e diventare un corridore ottimo e non solo buono».

Cosa ti tiene ancorato all'ammiraglia dopo tre decenni in prima linea?
«Questa grande passione che cerco e spero (e fin qui ci sono riuscito) di non far sconfinare in malattia. Una passione che ho ereditato dal nonno materno, Giovanni Galli, che ai tempi aveva anche battuto in volata Costante Girardengo in un campionato priemontese; quando smise di correre, fondò un'azienda che produceva freni per le bici, in un mercato lontano anni luce da quello attuale. Quando presi in mano l'azienda la trasformai, aprendola anche al settore commerciale, e poi mutandola ulteriormente in agenzia pubblicitaria prima, in squadra poi. La società sportiva ancora oggi si chiama infatti Team Galli».

C'è mai stato un momento in cui hai pensato di mollare tutto?
«No, mai, malgrado le delusioni sportive che ho qua e là patito. Ma questo perché sono un ottimista, tutte le avversità le ho superate con determinazione, la stessa che chiedo ai miei corridori in gara. Se mi chiedono del mio futuro, ancora oggi rispondo: "Non so cosa farò da grande!"».

A proposito di futuro, il ciclismo è da tempo alla vigilia di una riforma epocale che prima o poi - tra un rinvio e l'altro - arriverà. Alcune cose di cui si parla parrebbero deleterie per il movimento italiano. In che direzione si dovrebbe andare secondo te?
«Spero che non sia una riforma epocale come il Pro Tour, che fu sì epocale, ma in senso deleterio. Da quel nefando progetto fummo parzialmente salvati dagli organizzatori, un po' come se i lavoratori venissero difesi non dai sindacati ma da Confindustria... Se il Pro Tour si fosse realizzato come voleva Verbruggen, con 22 squadre di élite, oggi, non saremmo qui a parlare, noi che gestiamo squadre Professional. Intendiamoci, non sono un fautore delle piccole squadre, ma penso che debba sempre essere salvaguardato un criterio sportivo, che si possa avere almeno una possibilità di accedere dal basso al ciclismo di élite, che ci possa essere un sistema di promozioni anche dalla terza serie (e non solo dalla seconda alla prima, come si prevede nella bozza di riforma attuale), che si possano ricevere delle wild card per partecipare alle corse più importanti. Realtà come Androni o Bardiani (le cito in ordine alfabetico!) si troverebbero in gravi difficoltà, perché se Bruno Reverberi o Gianni Savio vanno a parlare con un potenziale sponsor, la prima cosa che si sentono chiedere è "la squadra parteciperà al Giro d'Italia?", e la risposta oggi è: "Speriamo!". Insomma lo sponsor può decidere se rischiare o meno, ma si tratta di un rischio calcolato. Se invece non avremo nessuna chance di partecipare al Giro, alla Sanremo, al Lombardia, che cosa faremo? E in quel contesto, due buone squadre come Androni e Bardiani, che oggi fanno ottima attività, lanciano giovani, sopravvivono con budget tutto sommato limitati, si troverebbero molto probabilmente nella situazione di dover chiudere i battenti, non potendo ambire a un budget che consenta un'attività di un "World Tour di seconda serie"; più in generale, in una situazione del genere cosa resterebbe del ciclismo italiano? Anche per questo motivo credo e spero che ci saranno modifiche al progetto di riforma abbozzato fino ad ora».

Indipendentemente dall'Androni, qual è stato il momento magico del ciclismo nel 2014?
«Per noi sarebbe stato lo Zoncolan, se un Rogers strepitoso non si fosse messo tra Pellizotti e la vittoria... al di là della mia squadra, indubbiamente la vittoria di Nibali al Tour. Ho grande stima di Vincenzo, sono suo amico, l'ho incontrato durante la Grande Boucle e l'ho pure ringraziato pubblicamente, credo che rappresenti davvero il nuovo volto del ciclismo, non solo italiano. E poi non nascondiamoci che la sua vittoria in Francia ha rappresentato un grande veicolo promozionale per tutto il nostro movimento, anche per squadre medie come la nostra c'è una ricaduta assolutamente positiva».

In chiusura: sei amatissimo dai tifosi, le tue riunioni tecniche sul bus della squadra alla vigilia delle tappe del Giro fanno ormai parte della mitologia. Regalaci una perla "alla Gianni Savio" per salutare i tuoi aficionados!
«Ai tifosi dico una cosa molto semplice: grazie di cuore! Non nascondo che nei momenti difficili incontrati, la passione del pubblico è stata una costante, e sempre importante. Sento intorno a noi il calore umano dei tifosi, ciò mi dà forza. Ho commesso i miei errori, si può sbagliare, ad esempio ingaggiando l'Hoogerland della situazione, o si possono scontentare alcuni tifosi (ad esempio quelli di Parrinello, non confermando in squadra il loro beniamino)... non si possono accontentare tutti. Però se - come faccio io - agisci con correttezza e serietà, la gente lo capisce e ti supporta».

Marco Grassi

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